RICHARD JEWELL

Il nuovo film di Clint Eastwood è un thriller emotivo (quasi) perfetto che vede Richard Jewell passare da eroe a terrorista in una follia tutta americana (e non solo): la caccia alle streghe.

La guardia di sicurezza americana Richard Jewell salva migliaia di vite da una bomba che esplode alle Olimpiadi di Atlanta del 1996, ma viene indagato dall’FBI e diffamato dai media che lo ritengono erroneamente un terrorista.

Terzo capitolo di una sorta di “filone degli eroi” di cui fanno parte American Sniper (2014) e Sully (2016), Richard Jewell rappresenta un passo in avanti, un pizzico meno politico e più emotivo e umano, che cerca di lasciarsi alle spalle quella retorica tutta americana che si trascina talvolta il cinema di Clint Eastwood, che non può fare a meno di disseminare ma che rende anche incredibilmente reali i suoi caratteri. Sotto il mirino del cecchino Eastwood, la cui vista non vacilla nemmeno alla soglia dei novant’anni e trentotto lungometraggi (compreso questo) all’attivo da regista, ci sono lo sciacallaggio dei media e la miopia delle forze dell’ordine, in questo caso dell’FBI. Il vecchio Clint quasi prende in giro i federali, raccontandoli come babbei incapaci di fare valutazioni elementari, solitari e depressi, ma non solo. Sotto accusa c’è l’America, troppo semplicistica e vorace, che però non viviamo mai in questo film attraverso la gente bensì attraverso gli organi d’informazione. Una visione “comica” di un certo stereotipo americano è affidato a Jewell, goffo e ingenuo, a tratti ottuso, ma profondamente buono, mosso da nobili valori di una giustizia eterna (tormentone della cultura repubblicana di Eastwood). Il gioco in cui Eastwood è sempre più bravo è quello di essere consapevolmente vago nel criticare la società statunitense, e stavolta anche ai federali, sebbene sia lampante la sensazione che non si schieri mai apertamente da una parte precisa, e lasci sempre aperta la porta del dubbio. L’interesse di Eastwood è solo sui buoni, vittime degli eventi che diventano, anche ben oltre le loro capacità, eroi patriottici. Nel farlo, il regista statunitense riesce a essere, come suo solito, efficace nel delineare il mondo che anima le sue storie, sia grazie a uno stile cinematografico che include diverse tecniche all’interno di stesse sequenze (qui si va dall’handcam agli inserti di repertorio d’epoca), talvolta esagerando, sia grazie a un’emotività straordinaria che muove i suoi personaggi. La regia e la sceneggiatura, qui nella penna saggia di Billy Ray, uno che sa come coniugare alto intrattenimento e plot scottanti (basti pensare sia a Hunger Games che Captain Phillips), non costruiscono un film corale nel senso classico, nonostante il cast principale del film sia straordinario: si parte dall’eccezionale protagonista Paul Walter Hauser, così autentico nella sua aria da bamboccione fanatico da fare quasi paura, passando per il potente Sam Rockwel, calibrato alla perfezione, nell’energico e pure comico avvocato Watson, e la madre Bobi, la toccante Kathy Bates, nominata all’Oscar per questo film. Non meno rilevanti sono anche l’ottima Olivia Wilde nella giornalista affamata di scoop Kathy e il perfetto Jon Hamm nell’agente FBI Tom, che con uno smoking e un ruolo di potere si trova come a casa, e allora tra Tom e Dom il passo è breve. Nonostante questo, non uno dei citati, tranne Jewell, ha il tempo e lo spazio di sviluppare una dimensione individuale che ci cali nel mondo del personaggio, nonostante pure qualche tentativo ci sia, vedi i momenti di malinconia solitaria nelle bevute al bar dove tutte le sere Tom corre ai ripari, o la vaga storia d’amore tra Watson e  la segretaria Nadya (interpretata dalla sorprendente Nina Arianda Matijcio). Il rapporto più emozionante, e che da solo vale il prezzo del biglietto, sta tutto il quella simbiosi tra Jewell e la madre, e l’amore tra loro è a tratti straziante, un vero colpo al cuore. Il fuoco del lavoro di Eastwood è con qualche vuoto, ma anche diversi guizzi, tutto sulla condizione delle persone di “sani principi” e piene di quei problemi che li rendono terribilmente contraddittori, e umani, molto vicini ai personaggi della vita reale. Attraverso la vita di Jewell, il film con una certa ironia sorride, ma anche con una ricercata emotività riflette, su come la verità dei media superi quella della realtà e finisca per influenzare l’opinione pubblica. Il fanatismo, la corsa al colpevolismo, i meccanismi di potere, l’arrivismo che fa saltare i circuiti, la natura guerrafondaia statunitense, la mancanza di oculatezza, il rapporto di sudditanza e la sensazione d’inadeguatezza che i cittadini provano nei confronti delle forze dell’ordine, sono qui elementi centrali; quest’ultimo, poi, è sintetizzato alla perfezione in una delle ultime frasi del film, quando l’avvocato Watson ricorda a Richard che “nessuno degli uomini in quella stanza è migliore” di lui. Basta essere una persona molto grassa, “strana” e dal passato burrascoso per essere identificati come il killer perfetto ed essere quindi accusati per un attentato di proporzioni mondiali o è la ricerca spasmodica di un colpevole a essere già da sola una soluzione, e a sollevare così le coscienze di tutti? È questa la terribile deriva dei nostri tempi che si manifesta in Richard Jewell, un ulteriore tassello di una filmografia, quella di Clint Eastwood, che sta portando avanti da anni un rigoroso, ostinato, premuroso, forse a tratti un po’ ruffiano, o per meglio dire americano, discorso etico sul mondo, un’indagine sulla contemporaneità che, per nostra fortuna, ha ancora qualcosa di molto significativo da raccontare.

Luca Taiuti

Cresciuto per lo più a pane e film fin dagli albori della fanciullezza, laureato in Lingue e Letterature Straniere all’Orientale di Napoli, ho sempre fatto del cinema la mia passione, la mia dipendenza, la mia ossessione, il mio amore, il mio sollievo, la mia inquietudine e, successivamente, il mio lavoro. Amo il teatro, che è nella mia formazione e nella mia quotidianità, e che mi ha permesso di scrivere e dirigere diversi lavori, tra cui alcuni cortometraggi, che hanno partecipato a festival e concorsi internazionali. Assistente alla regia per professione, critico per diletto, ma sognatore nella vita. email : lucataiutiwork@gmail.com

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