JOKER

7 Ottobre, 2019   |  

Guardando JOKER si intende il perché del Leone d’Oro a Venezia e si è fieri che un film evento simile porti pubblico e critica a promuoverlo. Recensirlo a poche ore dalla visione non è facile; non perché i temi trattati siano complessi, si sta già scrivendo e dicendo tanto da giorni sul web e non (sarebbe anche facile “copiare/incollare” da altri). Il problema è assimilare il pugno allo stomaco che quest’ottima pellicola riserva a tutti.E chi si aspettava che Todd Phillips sarebbe arrivato a tanto? Partito con commedie leggere (e discutibili) quali Road Trip e Old School, ha “svoltato” con la trilogia de Una notte da leoni, dimostrando un senso dello humour scorretto chiaramente ispirato al papà della commedia demenziale, quel John Landis che ha segnato la storia con Animal House e The Blues Brothers. Prima che regista, Phillips è furbo/intelligente produttore (sua la produzione de A star is born dell’amico Bradley Cooper), oltreché appassionato di cinema; l’etichetta del “commediografo” l’aveva stufato e aveva tentato la carta Trafficanti, fallendo al box office. Il desiderio di rivalsa lo ha portato allo step successivo, quello più “semplice” e rischioso: il cine-fumetto. È un periodo fertile per questo “fenomeno” , quanto una sua saturazione (non per gli incassi) viste certe mediocri pellicole; ecco l’idea geniale: prendiamo un personaggio iconico e lo inseriamo in un film maturo, “d’autore”. Non che sia nuova (M. Night Shyamalan ha ben insegnato con Unbreakable, Split e Glass; Sam Raimi con Darkman e Gabriele Mainetti con Lo chiamavano Jeeg Robot), ma quando si prende Joker il successo è assicurato. Costato meno della media (55 milioni), ha dato il via al regista di ridare vita alla Nuova Hollywood: la regia è quadrata, la m.d.p. non cerca lo spettacolo (salvo qualche sequenza) e l’ottima fotografia di Lawrence Sher ci restituisce una Gotham City come simbolo di un mondo distrutto: raramente c’è uno spiraglio di luce, i colori sono di un “grigio morto” perfetto a evidenziare la società “zombesca” che l’attraversa. È vero che si cita Martin Scorsese (rimandi al finale de Taxi Driver come piovesse e a Re per una notte), ma la freddezza delle inquadrature ricorda addirittura William Friedkin, quel cinema anni ’70 che non cercava di intrattenere, ma di scardinare canoni stantii per settarne altri, oltre a narrare storie ben scritte in barba a pressioni produttive e dei divi. Anomala la colonna sonora di Hildur Guðnadóttir, violoncellista islandese dai “gusti macabri” (sua la soundtrack della serie tv Chernobyl) che riduce i suoni a lugubri “urla” o tristi “violinate”, perfette a sottolineare il malessere del protagonista: un lavoro egregio per una musicista alla quale si augura il meglio. Il vero pezzo forte è LUI: JOKER. I villain sono sempre più interessanti degli eroi, perché più sfaccettati, a volte addirittura vittime.

È il caso di Arthur Fleck, individuo alienato dal mondo, segnato da danni psicofisici, da un’irrimediabile depressione e da una risata diabolica che fuoriesce quando è triste o teso; la vita si beffa di lui, un piccolo essere umano costretto in casa con la madre ammalata e incastrato in un lavoro da clown che descrive al meglio il suo sogno: far ridere il mondo, lo stesso mondo che lo evita e lo ha ridotto ad uno scheletro umano (come scheletrico era Christian Bale ne L’uomo senza sonno). Gotham City è metafora della società d’oggi, una landa che fa paura, priva di speranza per un futuro che non c’è (figuriamoci il lavoro!): nessuno vuole ridere e tutti vogliono rivendicare il proprio malcontento con l’odio, la solitudine e la violenza sia tra loro stessi (i reietti come Arthur), sia contro quei pochi ricchi che banchettano su tanti poveri (chi ha detto Karl Marx?): come può Joker non esistere in un tale contesto, soprattutto nella pelle di un uomo instabile e sensibile? Quando tutte le certezze decadono, anche l’amore di chi ci è accanto, le strade sono due: la morte o la follia. Quest’ultima richiede coraggio e a volte porta alla prima, a meno che non si lotti con le unghie per difendere, in qualche folle modo, la propria persona. La follia è come la gravità, basta una piccola spinta: parole del Joker. E basta un attimo ad Arthur per commettere un gesto estremo, impensabile per un novello comico, ma le conseguenze non lo distruggono bensì lo fortificano. Come un novello Travis Bickle (De Niro/Taxi Driver), questa figura disadattata cade lentamente all’inferno, ma nel dolore delle fiamme risorge da “angelo” che danza di gioia sulle macerie, nella pazzia che esplode brutale, egli trova la pace. Joker non si fa (all’inizio) portatore di violenza casuale, ha ancora una moralità umana, ma la solitudine e il crescente distacco dal reale lo porta alla ricerca di un amore (e una figura) che possa dare un senso ad un’esistenza vuota; il decadimento è frutto dell’indifferenza umana e, nella sua distorsione, Arthur ha ragione: il mondo è pazzo e chi crea male raccoglierà sempre male, perché importarsene se esso va distrutto? Joker non è un personaggio, è il risultato di un mondo che vive di divisioni in classi (cittadini di “serie A” e “serie B”) che mente e che prospera in una malsana autodistruzione, chiunque potrebbe essere Joker e Phillips ce lo sbatte in faccia, senza pensare alla tensione che ci accompagnerà fuori dal cinema. Può davvero esplodere tutto se decidiamo che è giusto? Cosa allora è giusto o sbagliato? La violenza non è giustificabile, tantomeno quella di Joker, ma le sue azioni hanno un “senso”: non si può dare un pugno in faccia senza aspettarsene un altro in risposta.  E non basta la compagnia di qualcuno (Zazie Beetz novella “compagna nera” come la sua “sosia” Diahnne Abbott in Re per una notte): la strada per la morte è segnata, la speranza è defunta e siamo tutti condannati. Complimenti a chi ha curato il cast: Robert De Niro è sempre un bel vedersi e brava Frances Conroy/ “mamma Joker”, ma è “inutile” indicare i rimanenti attori: chi si lancia in un lungo one-man show è Joaquin Phoenix, in uno dei suoi “ruoli della vita”. Questo grande attore ha messo tutto sé stesso, perdendo ventiquattro chili e esercitando la voce e il corpo per rendere al meglio la folle risata e la performance corporea del clown: fa paura da quanto è credibile, un risultato degno della miglior scuola attoriale americana, ai livelli di Marlon Brando, di Al Pacino e del miglior De Niro. Leone d’Oro strameritato e si spera col cuore che l’Oscar vada a lui: se non per questo film per quale altro? Bravo anche Adriano Giannini, che torna a doppiare egregiamente il clown. Intrattenimento. Politica. Tensione. Stupore. Che un cinecomic abbia ciò è un miracolo.

Promosso in toto.

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