DOGMAN

Se ci si avvicina alla visione del film senza di tener di conto il fatto di cronaca che lo ha ispirato, ci si può ravvedere già nei primi minuti del film, dell’incognita risolta con tanto di finale: il debole (quantomeno all’apparenza) riesce a sopraffare il forte, prevaricatore intrinseco. Un cane aggressivo, restìo a qualsiasi avvicinamento, viene pian piano ammansito da Marcello, (Marcello Fonte) un uomo scarno e mite che di mestiere fa il toelettatore.

E anche se per gli attenti osservatori ciò può essere manifesto, la cosa non scoraggia la visione, perché ciò che davvero conta in questo livido e freddo, quanto a tratti soleggiato microcosmo, sono i rapporti che i personaggi hanno non solo con la parte intima di sé stessi, ma anche con quelli che tentano di creare con chi li circonda. Marcello, un uomo semplice di periferia alterna nella sua vita atmosfere di solitudine, ad altre di estrema tenerezza con sua figlia Alida e i suoi cani, ad altre ancora di torbido marciume a contatto con gli abitanti del luogo, tra cui Simone, (con cui sembra avere un insano rapporto di subalternità) grosso uomo rude il cui modus agendi suggerisce una violenza cieca, volta alla distruzione e alla prevaricazione che non di rado finisce per rompere gli argini di ogni limite, inimicandosi gran parte del vicinato.

In questo film le piaghe del sofferente umano vengono spiattellate una dopo l’altra davanti agli occhi anestetizzati di uno spettatore dei nostri tempi, (droga, ludopatìa, violenza, prostituzione) con ampie pennellate di verdi e di blu con i quali il regista si diverte, sfruttandone i contrasti e giocando con i loro significanti. Fin dall’inizio le contraddizioni di Marcello appaiono evidenti al punto da costringere lo spettatore (con la collaborazione dei movimenti di macchina “in terza persona”) a relegarlo nel limbo del flebile confine tra bene e male, oppure per dirla con le parole della legge che compare quando Marcello incapace di opporsi al tracotante Simoncino accetta di farsi complice in un furto, scegliendo anche di andare in galera pur di coprirlo, lascia lo spettatore in balìa della domanda: “che cazzo c’hai in questo cervello?” Ciò che salta agli occhi è infatti la reazione di Marcello a ciò che accade, col suo perenne occhio fulgido e la sua tranquillità appare come un salice che mollemente cede alla forza del più prepotente, al punto da chiedersi se la sua scelta tra bene e male sia veramente voluta o semplice apatìa e arrendevolezza. Come sarebbe Marcello in un contesto sociale differente? Successivamente alla galera, e alla presa coscienza dei sentimenti negativi del vicinato, ad un certo punto qualcosa si rompe e assistiamo alla rinascita del personaggio che fuoriesce dalle sue coperte strette per dare nuova dignità alla sua vita, ma è solo verso la fine che tutto prende forma: Marcello temporaneamente strozzato dalla sua stessa indecisione nel saltellare tra bene e male, tra valori, reale temperamento e desiderio di affetto e di compiacimento dell’altro, riesce a riscattarsi prendendo una decisione e vendicandosi di Simoncino.

“Ragazzi, guardate cos’ho fatto!” è la battuta in cui si sostanzia tutto il bisogno di vicinanza e il desiderio di compiacere avvertito da Marcello, con il sottofondo dello scrosciare delle acque e i fischi del vento, testimone di un’inalterata solitudine che si manifesta in una risposta negata ed un muto silenzio.

Il punto forte dell’opera è non solo la schiettezza del suo linguaggio filmico, ma anche il grande rispetto che Garrone ha per i suoi attori (evidente anche dalle scelte operate), che individuandone i punti di forza, ne esalta la naturalezza, per una forza espressiva che si concretizza in una verità di estrema qualità.

 

Bibi Morgen.

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