TOY STORY 4

27 Giugno, 2019   |  

Pixar Animation Studios, ovvero il caldo vento delle emozioni trasmesse da un grande schermo.

Il team di John Lasseter & Co., con tenacia e animo libero, ha sempre portato avanti le proprie idee senza farsi fermare da nessuno, nemmeno dalla Disney che da un ventennio ne distribuisce i film (si ricordi che, agli albori del primo Toy Story, la Disney provò a metterci mano combinando pastrocchi, ma solo in fase embrionale). Non è da tutti realizzare film d’animazione per un pubblico piccolo, ma che parli forse più all’adulto. Di esempi ce ne sono: Toy Story è una metafora sul senso dell’esistenza; Wall-E è una critica enorme all’ingenuità umana, schiava delle sue stesse azioni; Gli Incredibili sfrutta i supereroi per sbatterci in faccia i nostri egoismi; Alla ricerca di Nemo è un atto d’amore tra un figlio che cerca sé stesso e un padre che lotta contro le sue paure; Monsters & Co. critica il pregiudizio verso il diverso, la bimba Boo, sfruttando la forza dell’amore; Inside Out, forse il punto massimo dello studio, è un compendio delle nostre emozioni, tutte necessarie per diventare adulti migliori, senza che l’una sovrasti l’altra … certo, ci sono anche di film minori (la saga de Cars, forse troppo infantile per gli standard dello studio; Brave, un film troppo “disneyano”), ma che non hanno scalfito la forza di questi grandi artisti americani, così simili a quelli dello Studio Ghibli del nipponico Maestro Hayao Miyazaki, in quanto a regalare sane emozioni durature negli anni. C’era tanta paura per questo TOY STORY 4: come si poteva fare meglio di QUEL finale, di quel Toy Story 3 che ha fatto piangere il mondo (tra l’inceneritore “ammazza-giocattoli” e QUELL’addio straziante nell’ultima scena)? Se il regista, Josh Cooley, è un esordiente poi … avrebbe raccolto bene l’eredità di Lasseter? La risposta è SI’. ASSOLUTAMENTE SI’. È incredibile che, dopo oltre vent’anni, questa saga maestosa riesca ancora a dire qualcosa, a farci ridere da matti quanto farci piangere come fontane. Inutile descrivere la perfezione tecnica: ormai i personaggi “giocattolosi” hanno un realismo tale da confonderli DAVVERO con esseri umani; inutile parlare di “inquadrature” che, per quanto ricreate da un computer, non hanno nulla da invidiare ad una regia da live-action (c’è un iniziale piano sequenza che solo in CGI poteva essere ricreato, talmente che è bello); inutile parlare della bellissima colonna sonora (Randy Newman riesce ancora a commuovere, quanto Riccardo Cocciante, in Italia, ad emozionare con Un amico in me).

Ciò che conta davvero sono i messaggi che questo Grande Film ci dona. Punto cardine sono i giocattoli senzienti: perché lo siano non ci è dato sapere (forse la forza della fantasia dei bambini ha dato loro vita, come è evidente in questo capitolo), eppure si muovono, parlano, provano emozioni come noi, più di noi rischiano la vita per la loro stazza minuta, eppure sono sempre insieme per un unico scopo: portare gioia ai bambini. La Pixar sa dei limiti umani e che non tutti i bambini riescono ad apprezzare i giocattoli (non per cattiveria, ma per ingenuità) ed ecco che nascono dei mostri (Stinky Pete nel secondo film, avvelenato dalla solitudine subita in anni di isolamento; l’orso Lotso ferito dall’abbandono e diventato un despota senza cuore) come vittime (la cowgirl Jessie, sperduta dalla sua bambina e terrorizzata, all’inizio, dagli scatoloni/gabbie che l’hanno allontanata da altri bambini), ma Cooley, come Lasseter e Lee Unkrich (regista del terzo meraviglioso film) sanno che non esistono “buoni” e “cattivi”, ma solo esseri, con animi diversi, sia rigogliosi che afflitti, un po’ tutti bisognosi di uno scopo (che sia l’amore o il rancore). La furbizia di Cooley è stata ripescare tutto il meglio degli altri capitoli per averne un compendio: c’è l’ironia del secondo film (gag spassose a profusione) e gli omaggi “cinefili” del primo e del terzo: rimandi alla fantascienza (Guerre Stellari, 2001 – Odissea nello spazio) quanto all’horror (La Cosa di Carpenter, per i giocattoli “mostruosi” del primo film) si sprecavano, ma qui, più che mai, si è adottata una messa in scena più cupa del solito; non c’è più la “spaventosa” stanzetta del bullo Syd, né un asilo/prigione, ma un negozio di antiquariato, sorta di “casa dei fantasmi” da cinema del terrore, in cui i fantasmi sono i giocattoli abbandonati. L’abbandono è tema cardine del film, porta sia alla nascita di nuovi “mostri” che all’occasione di riscoprirsi liberi (o “smarriti”, in questo caso); un tema affrontato in due modi diversi: da un lato c’è il cupo negozio, in cui vive una tenebrosa bambola (Gabby Gabby) in compagnia di temibili marionette (i rimandi a Chucky si sprecano, con simpatica citazione “sonora” a Shining), dall’altro abbiamo Bo Peep, vecchia bambola allontanata dal gruppo storico e qui mutata: non è più un’ “innocente pastorella”, ma una “donna” tenace e coraggiosa, vecchia fiamma di Woody e ora più forte di lui. Se quest’ultima ha ritrovato sé stessa vivendo all’avventura, senza più nessun bambino a possederla/abbandonarla, Gabby Gabby, come Stinky Pete, ha “vissuto” ai margini del mondo, con i suoi difetti (un errore di fabbricazione) che l’hanno tenuta lontana da chi potesse amarla. Una metafora del Frankenstein, come lo è anche il simpatico Forky, una forchetta della spazzatura tramutata in giocattolo grazie alla “fantasia infantile”.

Forky e Gabby Gabby sono imperfetti, accomunati dalle loro bizzarre forme, senza averne colpe, ma se il primo è ingenuo l’altra è desiderosa di uscire “all’aria fresca” a qualunque costo, senza riflettere sui danni che darebbe ad altri. Ma la Pixar è intelligente e sa che i villain non lo sono mai “cattivi”, stavolta più che mai ci spinge ad andare verso il diverso (come Gioia andava verso Tristezza in Inside Out per imparare cose nuove), a smettere di giudicarlo e a parlarci, prenderlo per mano e donandogli amore. L’amore, l’altro tema cardine. Amore come emozione ancora viva (Woody e BoPeep che, nonostante anni e distanze, si amano ancora) e come occasione per riscoprirsi, per ascoltare la propria voce interiore: il cowboy sa bene cosa comporta il tempo che passa, perdere il proprio bambino/amico, doversi “re-inventare” per dar gioia ad altri e per quanto non perda la saggezza da “capo saggio” (e “genitore” qui, per Forky), il suo cuore inizia a vacillare quando ritrova la vecchia compagna. Ancora una volta, la Pixar usa i giocattoli per parlare di noi, sbatterci in faccia le nostre sfaccettate emozioni e farci riflettere sul tempo che avanza e sulla crescita; c’è ancora il tema del viaggio (fisico e spirituale), ma che stavolta porta ad un bivio: continuare a ripetere in eterno le stesse azioni o dare un taglio netto e ricominciare da zero, con nuove esperienze e nuove emozioni.  Metafora dell’adulto che, per riconoscersi, deve tagliare dei ponti e aprirne di nuovi. Per quanto il prezzo da pagare sia alto, ma necessario. Tra risate sentite e tante riflessioni, si arriva ad un finale che non può non far scoppiare in lacrime, aprendo nuove strade per una saga che non smette di rinnovarsi, per i “nuovi” bambini e per i “vecchi” fan. E di questi tempi, è un MIRACOLO che esista Toy Story. Certo, si è lasciato in secondo piano la “banda storica” (Jessie si intravede a stento e Buzz Lightyear è molto macchietta), ma non mancano new-entry simpaticissime (Bunny e Ducky) e in fondo, visto il tono, è giusto così. Ottimo il doppiaggio italiano: tra un simpatico Luca Laurenti/Forky, una sempre brava Cinzia de Carolis/Bo Peep e Angelo Maggi, chiamato a sostituire il compianto Fabrizio Frizzi per Woody, regalandoci una performance sincera e sentita.
Ennesimo Filmone made in Pixar.
(E simpatico l’omaggio a Tin Toy, corto storico che ispirò il primo Toy Story).

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