POKÈMON DETECTIVE PIKACHU

13 Maggio, 2019   |  

Che Hollywood peschi ovunque pur di produrre è chiaro a chiunque stia vivendo gli anni 2000, periodo fertile per trasposizioni da media non cinematografici: libri e fumetti sono una miniera d’oro per la settima arte (Harry Potter, Il signore degli Anelli e la Marvel ce lo insegnano), ma se con essi abbiamo avuto (anche) buoni risultati, non si può dire lo stesso di pellicole basate sui videogiochi. Negli agli anni ’90, un certo Super Mario Bros. (1993) fu un grande fiasco e distrusse l’immagine dell’idraulico baffuto di Nintendo, con esiti troppo “dark” e stupidi per interessare; seguirono “film-picchiaduro” tratti da Street Fighter e Mortal Kombat (1995, successo economico) che non alzarono l’asticella dalla mediocrità. Fu poi la volta della mitica serie Resident Evil, survival horror per eccellenza che arrivò sul grande schermo nel 2001, per la regia di Paul W. Anderson (lo stesso papà de Mortal Kombat); lì Hollywood iniziò a capire di poter incassare a discapito del videogioco stesso: non solo il film se ne allontanava, ma banalizzava tutto con personaggi senz’anima e azzerava la tensione per lo splatter dozzinale e per momenti action altalenanti.

Certo, a tutti piace l’intrattenimento spicciolo, ma un po’ di rispetto per noi che andiamo in sala! 

Noi ingenui, che abbiamo permesso la nascita di una saga sull’omonimo brand “zombesco”, con film sempre più modesti (buoni solo per il cachet di Milla Jovovich).

Stendendo un velo pietoso sui film tratti da Tomb Raider (quelli con Angelina Jolie/Lara Croft) e Tekken (imbarazzanti è dir poco), come potevano i POKEMON non finire nelle mani di Hollywood? Non che siano mancati lungometraggi animati, ma quando un brand simile fa gola ancora oggi (videogiochi, gadget, Pokémon GO) perché non spremerlo ancora?

Mancava solo un film live-action … ed eccolo qui: POKEMON: DETECTIVE PIKACHU.

C’era timore, curiosità, voglia di tornare bambini e avvicinarne di nuovi al brand nipponico più importante degli ultimi vent’anni … 

e i ragazzi della Warner Bros. hanno dimostrato, pur con difetti e compromessi, di tener fede al “cuore” dei Pokémon, rivisitandolo completamente.

Nella “serie base” c’è un protagonista, un giovane ragazzo, che parte alla ricerca di questi strambi “animaletti” da far scontrare in arene e tornei per guadagnare lo status di Maestro; nel viaggio, il ragazzo è accompagnato da fidati amici incontrati per via, il quale rapporto si fortifica sempre più, sia fisico che mentale, quanto il rapporto tra gli umani e i numerosi pokémon, che non sono solo “animali da lotta”, ma veri esseri coscienti e dall’animo profondo e sensibile.

Da questa base, il team di Rob Letterman ha tratto una nuova storia che ne rispettasse il canovaccio, ma al passo coi tempi e i gusti di un pubblico giovane: non c’è il solare Ash Ketchum (vero protagonista della serie), ma l’introverso Tim Goodman/Justice Smith, con un passato di perdita e abbandono alle spalle; non ci sono tranquille cittadine, ma una grande metropoli (Ryme City), simbolo della globalizzazione umana, un posto in cui umani e pokémon co-esistono e collaborano per crescita reciproca; non ci sono più i centri medici per i pokémon, ma laboratori tecnologici giganteschi e cupi; rimane il tema del viaggio tra due diversi che si formano e supportano a vicenda. I “diversi” sono Tim e un Pikachu, l’unico pokémon capace di parlare con un umano, animaletto sì dall’aspetto coccolone, ma con la voce di Ryan Reynols che, memore dell’esperienza in Deadpool, arricchisce la creatura di battute taglienti e ironia a raffica. 

Letterman, forte  dell’esperienza in grafica 3D e animazione (suoi Shark Tale e Mostri contro alieni), ci regala creature in CGI di buona fattura e sceglie di esaltarne la finzione: non forza la Computer Grafica per una ricerca (vana) di “realismo”, ma rende i pokémon veri pupazzi, volutamente finti, come finti erano i Looney Tunes in Space Jam o il Roger Rabbit nell’omonimo capolavoro di Robert Zemeckis; tutte creature “finte” che interagivano con attori in carne ed ossa, aprendo nuove strade al divertimento e alla sospensione dell’incredulità. Il film, memore della spensieratezza anni ‘80/’90, non punta ad un gioco più “grande”: il tono è leggero, i personaggi buffi, si ride in più punti grazie a buone gag (il pokémon mimo) e graditi omaggi (al film noir visto da Kevin McCallister in Mamma ho perso l’aereo e al finale “catastrofico” de Jumanji); buona fotografia, dai tagli di luce pop sul verde e viola (degni di un cartone animato), buon montaggio serrato e (grazie al cielo) movimenti di macchina morbidi memori di un cinema “leggero” che non c’è più. Complimenti alla colonna sonora di Henry Jackman, compositore della serie Uncharted (videogiochi) e del recente Ralph Spacca Internet (cinema); tra synth anni ’80 e tonalità drammatiche, accompagna perfettamente l’atmosfera dell’intera pellicola, a volte giocosa, a volte più seria.

Tra divertimento, scene action e battaglie tra pokémon (per la gioia dei fan), ci sono interessanti sotto-testi; il viaggio tra i due “diversi”, oltreché di crescita e unione, è alla ricerca del padre di Tim, elemento cardine dei suoi drammi. Il ragazzo va alla ricerca di un uomo che l’ha abbandonato da bambino, costretto a nascondere le proprie emozioni (piange poco e male) e a portare una maschera di triste uomo comune, spazzando via i sogni che ogni bambino deve avere (l’allenatore di pokémon, come Ash Ketchum); durante il viaggio, il rapporto con il buffo Pikachu cresce, perché egli è sì scanzonato, ma capace di infondere il calore che solo un umano (e un padre) sa dare ad un figlio e farlo diventare un uomo migliore, aperto agli altri (la compagna Lucy Stevens/Kathryn Newton). È vero Ryme City simboleggia l’unione tra più razze, ma l’avanzare dei colpi di scena (bellissimo quello finale) propone un invito alla tolleranza verso i diversi (i pokémon … o gli animali, nella realtà), spesso migliori di noi umani che, egoisticamente, tendiamo a sfruttarli, sia per violenza (le lotte tra pokémon) che per sopravvivenza: alimentare (noi mangiamo carne animale) o, nel caso del film, possedendone il corpo, trasferendo la nostra coscienza al loro interno (chi ha detto Avatar?). Si poteva lavorare meglio sulla sceneggiatura: c’è qualche battuta stupida, i rapporti tra personaggi e gli snodi di trama, per quanto interessanti, sono molto semplificati e la coppia protagonista è fin troppo stereotipata (un ragazzo orfano e introverso, una ragazza nerd sopra le righe: ne siamo saturi!), ma visto il target di riferimento (ragazzini e famiglie) ci si può accontentare. Non male il cast: Smith e Newton discreti, piacevole la presenza di Ken Watanabe (anche se c’è troppo poco) e chi ruba la scena è Ryan Reynolds, che dà il carisma e l’allegria giusta al suo Pikachu (e si ritaglia un gustoso cameo: no spoiler!).

Bel filmetto scacciapensieri e, forse, il miglior film tratto da un videogioco (non ci voleva tanto).

Attendiamo Sonic – The Hedgedog (seppur i timori siano troppi).

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