Gotti: il primo padrino

Credo di avere un destino un pò beffardo ogni qualvolta decido di vedere un gangster film, perchè mi imbatto sempre in qualcosa di non convenzionale. Tempo fa inciampai in “Nemico pubblico” di Michael Mann con Johnny Depp, rimanendo sconcertato per taglio di regia. Stasera sono andato a vedere Gotti il primo padrino. Preferirei chiamare questo film semplicemente Gotti, visto che la postilla “il primo padrino” è veramente stucchevole.

Il film racconta di John Gotti, un Boss mafioso Newyorkese di origini italiane, che a cavallo degli anni 70 e 90, vide la sua escalation nella malavita della grande mela. Lo strano non è certo questo, ma è il come si narrano le sue vicende. Il taglio è quasi da reportage, a tratti sembra di leggere un diario di bordo, e la voce di Gotti in fuori campo accompagna commentando e guidando ogni evento. C’è qualcosa che fa ricordare “Quei bravi ragazzi” di Martin Scorsese, forse su come si integra la musica e proprio della voce fuori campo.
Occorre leggere il film adeguatamente. Se lo si affronta appunto come un gangster movie, allora si rimane delusi, perchè il film risulta frammentato, con scarso focus sui fatti criminosi in se, e con momenti in tribunale che commentano solo le sentenze senza far immaginare nemmeno come si sia arrivati alle varie assoluzioni.
Se invece lo vogliamo analizzare come lo spaccato dell’anima di un padre, boss, marito e amico, bhe il film assume una luce diversa.
Molto interessante è una scena in cui John e Victoria (la moglie) hanno uno scambio crudissimo avanti ai figli, in cui lui addirittura la minaccia di morte, ma immediatamente dopo si baciano amorevolmente scambiandosi reali dichiarazioni d’amore. Una fotografia di un modo di esprimersi duro, ma che non ripone in un angolo una cura dei sentimenti.

Io l’intero film l’ho visto come un padre che cerca di amare a modo suo la usa famiglia e suo figlio jr. , in un mondo che conosce regole rigidissime e mette in primo piano un’altro tipo di famiglia.

Le scene rimbalzano tra un Gotti anziano, malato e morente, prigioniero in un carcere federale, che parla con il figlio, e la narrazione della sua vita. Balzi che non confondono in quanto molto elementari, e tutto sommato, ben integrati con un filo narrativo, che però risulta fin troppo sommario. In pratica di quanto sia potuto essere “grande” questo Gotti, da film non lo si capisce. Questo gruppo di “padrini” sembrano più una piccola gang che si riunisce fuori ad un locale di quart’ordine, e hanno uffici fatiscenti, per nulla in linea rispetto allo sfarzo spocchioso che ci si può attendere da gente di tal risma. Anche la casa di Gotti è accogliente, e tanto popolata da un senso di famigliola felice in perfetto stile americano anni 60 (pertanto ampiamente fuori tempo). Gotti dal suo letto guarda partite di football su una televisione di poco più di 15 pollici. Veramente poco credibile da parte di una persona che di soldini ne doveva avere veramente tanti. Sono proprio queste scelte che mi hanno convinto che il film parla di un padre e non di un boss. Infatti il titolo originale è “Gotti e real american goodfather”, è metto in evidenza “real american”. Infatti gli spaccati della vita quotidiana della famiglia Gotti ricevono più peso narrativo rispetto a tutto il resto. In primissimo piano, c’è il rapporto padre figlio, e risulta quasi gratificante, vedere il rispetto incondizionato che Jr ha nei confronti del padre.

Travolta conserva una bellissima gamma di espressioni, però si ha sempre la sensazione che sia più efficace quando tace, e questo non la reputo sua responsabilità, ma della sceneggiatura.

Insomma, io in senso assoluto lo consiglio, soprattutto a coloro che non amano “i gangster movie” perchè questo film a mio avviso non appartiene al genere. Nonostante i difetti, trasmette un certo senso di calore e di protezione, e denuncia, sul finale, di come una cittadinanza, si senta spesso più protetta da malavitosi che dalle forze dell’ordine, alimentando così un circuito di omertà e latente collaborazionismo passivo.

 

Massimo Impinto

Nato a Cercola, cresciuto tra la Penisola Sorrentina, la zona vesuviana e il Cilento, perito elettrotecnico, si innamora del mondo del web mentre agli inizi degli anni 90 frequentava gli studi di Giurisprudenza. Ha lavorato presso la Canon dove forma il suo background informatico. Dal 2008, dopo aver frequentato corsi di specializzazione, corona il suo vecchio sogno di lavorare come webmaster. Appassionato di Fumetti e Anime, ha coltivato da se una grande passione per la letteratura e gli studi umanistici, ma il suo amore incontrollabile è il cinema. Vivevo a Portici, che cinematograficamente ha anticipato i tempi. Quando i multisala non esistevano, Portici risultava il primo multisala al mondo, visto che in una cittadina di poco più di 4 km quadrati c'erano una decina di cinema. Le strade erano un caleidoscopio di locandine di film. Un sogno per un bambino e poi un ragazzino, che invece della paghetta chiedeva i biglietti per i film. Da me non vi aspettate critiche negative, perchè difficilmente ne faccio. Io vi descrivo le emozioni che provo nel vedere un'opera. email : massimo.impinto@gmail.com

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