THE NEON DEMON

The Neon Demon

The Neon Demon, Alejandro Jodorowski e Nicolas Winding Refn: persone molto grate.

Rivedere alcuni di quei film che ci hanno lasciato perplessi: una missione per temerari durante la quarantena e oltre, complici le uscite centellinate in sala. E se talvolta un parere resta inalterato, c’è il momento in cui non riuscire a cambiare idea è da stolti. Così mi faccio coraggio e vedo un film che al cinema, a suo tempo, mi aveva lasciato quantomeno interdetto: The neon demon (2016).

La giovanissima Jesse, aspirante modella dal viso angelico e l’animo immacolato, si ritrova a vivere in un mondo, quello della moda di Los Angeles, in cui l’ambiguità, la cattiveria e la controversia delle persone che incontra la metteranno a contatto con il lato più pericoloso di sé.

Così, in due parole, potremmo sintetizzare la trama del film di Nicolas Winding Refn, discusso per i tanti fischi che ricevette nel 2016 al Festival di Cannes. Facciamo un passo indietro: quando tre anni prima di questo film lessi nei titoli di coda di quel pure discutissimo e criticato Solo Dio perdona (2013) la dedica di Refn ad Alejandro Jodorowski, mi chiesi cosa potessero avere in comune i due, essendo sia un cultore del maestro cileno, e avendo amato alcune notevoli opere del danese, tra cui non spicca solo il celeberrimo Drive (2011), Bronson (2008), Valhalla Rising (2009) e la trilogia Pusher (1996-2004-2005). Come e in cosa l’artefice di un cinema così “patinato” come Refn può essere devoto e seguire le orme di un vero artista della composizione dell’immagine come Jodo, autore di un “cinema puro” in cui spirito e immagine sembrano unirsi in un’unica e incredibile dimostrazione di quella famosa psicomagia, ultima frontiera del surrealismo? L’ennesimo confronto tra sacro e profano? No, semplicemente una diversità, fatta di grandi analogie. L’uno, Jodorowski, visionario come pochi, pioniere di una terapia dell’immagine che guarda al passato con vero amore; l’altro, Refn, in linea coi tempi, anche troppo, naif, morboso – basti guardare alla sua ultima creazione, la serie Amazon Too old to die young (2019), autentica provocazione di immagini penetranti e tempi dilatati – trasgressivo, un toro scatenato in bilico tra il glamour e la ripudiazione, il popolare e la provocazione.

Torniamo al film. Senza entrare nel merito di cavillosi tecnicismi che ne rendono sicuramente un film sopra la media, potremmo definire The Neon Demon una fiaba macabra, a tratti ironica, sensuale, feticista della sindrome da “culto dell’estetica”. Con una sagace e satirica riflessione su un mondo per nulla lontano dal nostro, dove la (sotto)cultura dell’immagine è un mezzo che ormai diventa il fine, quello di The Neon Demon è senza dubbio il nostro tempo, che «preferisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà, l’apparenza all’essere», per dirla alla debordiana maniera. Un mondo in cui senza conoscere altre persone non è possibile né tradirsi né ferirsi. Ma non è possibile liberarsi del tutto dalla solitudine, ed è solo quando riusciamo a dimenticarci di essa che possiamo vivere. Solitudine dei personaggi che Refn sfiora ma che sceglie di non esplorare mai in toto, restando consapevolmente fermo al derma delle cose, scrutando la superficie, ma non il contenuto. Un’opera che di sicuro non concilia l’animo di chi la guarda, pur sembrando che a tratti ammicchi al pubblico con quella tanto dibattuta bellezza delle immagini portata all’estremo, in realtà manifestazione estetica molto raffinata, e con quella patina glitterata, quella sì, molto opinabile, da Mtv-generation. Dunque tra i canoni di uno spot alla Yves Saint Lauren (o meglio alla Gucci, poi dovremmo dedicare un capitolo a parte sui ringraziamenti nei titoli di coda), un suddetto Jodorowski, un Lynch che ci sta sempre bene e forse un Leos Carax di Holy motors (2012), giusto per citarne tre perché i film di Refn sono un puzzle di rimandi continui, il regista danese fa quello che molti cineasti sembrano a tratti dimenticare: si diverte. Lo fa soprattutto senza paura, giocando, in un una fase particolare della sua carriera (a tal proposito all’uscita di questo film fu affiancato il My life directed by Nicolas Winding Refn, documentario di Liv Corfixen, la “moglie-sacrificale” a cui è dedicato il film con tanto di cuoricino finale) e ne esce un film che farà discutere ancora a lungo gli appassionati e i neofiti e che, per l’incredulità di fronte alla megalomania del suo artefice, nel bene e nel male, ti paralizza fino all’ultimo. Ma soprattutto quello che ne esce è un film potentissimo. Una dimostrazione che il bello portato alla sua eccessiva autoreferenzialità resta un tranello affascinante.

Insomma per quanto possa essere condivisibile o meno, fa strano che un film del genere abbia incontrato una critica così massiccia, in un festival che, da sempre, si professa luogo d’incontro di qualità e sperimentazioni. O meglio, forse spiegabile anche con quel “precedente” danese (il celebre legittimo “persona non grata” riservato all’odiato Lars von Trier, che pure se l’era cercata, una delle fonti di maggior ispirazione dello stesso Refn)? Probabile, e allora attenzione: tenere accuratamente alla larga dai fan dell’ethically correct.

Luca Taiuti

Cresciuto per lo più a pane e film fin dagli albori della fanciullezza, laureato in Lingue e Letterature Straniere all’Orientale di Napoli, ho sempre fatto del cinema la mia passione, la mia dipendenza, la mia ossessione, il mio amore, il mio sollievo, la mia inquietudine e, successivamente, il mio lavoro. Amo il teatro, che è nella mia formazione e nella mia quotidianità, e che mi ha permesso di scrivere e dirigere diversi lavori, tra cui alcuni cortometraggi, che hanno partecipato a festival e concorsi internazionali. Assistente alla regia per professione, critico per diletto, ma sognatore nella vita. email : lucataiutiwork@gmail.com

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