il sacrificio del cervo sacro

4 luglio, 2018   |  

Molte le critiche negative per un film difficile da digerire, anche se, chi ha visto i precedenti, sa a cosa va incontro, mentre fa ricadere la scelta su un film di Yorgos Lanthimos.

Non stiamo parlando di cinema di conforto, ma di una produzione che scuote dal profondo l’animo dello spettatore, disturbandolo nei suoi archetipi, anche, talvolta, per l’assenza di quegli stessi archetipi. Questo perché il regista parla il suo linguaggio non universale lasciando lo spettatore in balìa di una fiumara di domande, perché nonostante il premio alla sceneggiatura, sono molti i punti che vengono lasciati al vaglio dello spettatore. La traccia di interpretazione della vicenda viene sicuramente offerta dalla citazione di Ifigenia, la celebre tragedia di Euripide, da cui il titolo prende ispirazione.

Steven (Colin Farrell) cardiologo, con una famiglia perfetta, formata da sua moglie, oftalmologa particolarmente ligia alle regole (Nicole Kidman) e i suoi due figli, la bella Kim e il vivace Bob, continuano a scandire i ritmi della loro vita regolare con più di qualche ombra intuibile, mentre Steven cerca di aiutare Martin, (Barry Keoghan) un ragazzo figlio dell’ex paziente di Steven morto in sala operatoria. Colpiscono, inquietando, fin dall’inizio, i dialoghi privi di empatia e calore, fino a quando il ritmo cambia. Il figlio minore di Steven viene colpito da un’anomala paralisi delle gambe, Martin ignorato da Steven, lo contatta ripetutamente per dirgli qualcosa di estremamente importante. I dialoghi si fanno veloci e affannosi, con la solita mancanza di colore, ma le emozioni esplodono quando i personaggi le lasciano uscire e le cose più orribili vengono snocciolate con una sorta di lucido nichilismo, intervallato dalla lirica delle scene e della musica, contornati da effetti disturbanti e livido silenzio.

Martin, personaggio cardine della vicenda, fa sapere a Steven che l’equilibrio deve essere a tutti i costi ristabilito perché la morte di suo padre ha disequilibrato il tutto e se l’uomo non uccide un membro della sua famiglia tutti avranno la stessa sorte: paralisi, inappetenza, sanguinamento e morte. Il razionale Steven all’inizio non crede a quanto ascoltato pensando si tratti solo dei vagheggiamenti di una persona mentalmente disturbata, ma dopo poco anche la figlia Kim (l’Ifigenia che scampa alla morte) subisce la stessa sorte del fratello Bob. Anna, la moglie di Steven, intuisce che la chiave di tutto è il ragazzo e che l’unico modo di rimettere le cose al loro posto è accettare stoicamente la situazione.

Le maschere cadono, le emozioni esplodono, le domande restano inevase, (l’enigmatico sguardo tra Kim e Martin) e la monumentale scienza, unico supporto di questo essere umano, resta impotente, mentre lo spettatore mangiando purè e spaghetti deve dimostrare a sé stesso che non sarà mai come l’essere umano rappresentato da Lanthimos.

Il dettaglio che rende tutto asfissiante, una vera punizione per lo spettatore, che può godere di una tecnica registica impeccabile, è l’assenza di un dio e un senso di anarchia dove vengono escluse le forze spirituali che regolano l’universo (a differenza della tragedia di Ifigenia) o la sua trasposizione nei panni di Martin che da persona bisognosa di aiuto si trasforma dapprima in un nunzio e successivamente nel sacerdote (portatore, paradossalmente, dell’equilibrio) che detta le regole, permeate dalla sua visione spirituale, a sua volta influenzata dall’anaffettività e cinismo che lo caratterizzano, consistenti nell’unico archetipo logico ai suoi occhi: occhio per occhio, dente per dente o per dirla alla Lanthimos: morso per morso.

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