HELLBOY

13 Aprile, 2019   |  

Hellboy è un fumetto di nicchia nato dalla penna di Mike Mignola nel 1993. Trasporre al cinema le avventure di un demone dalle corna spezzate armato di pistole non era impresa facile, eppure un certo Guillermo Del Toro ci ha provato nel 2004 con l’omonimo primo capitolo, riscuotendo buon successo e, pur con delle mediazioni, tentando di portare il suo spirito fantasy in un universo fumettistico poco inerente alla sua poetica. Ci ha riprovato nel 2008 con quel The Golden Army che ha incassato meno, ma con il quale tutta la sua fantasia e passione per le creature lovercraftiane è venuta fuori. In un mix di ironia, azione e momenti intensi, il film è stato poco capito, pur essendo, forse, uno dei migliori cinefumetti di questo secolo, anche perché Del Toro condivide, insieme a Sam Raimi (Spider-Man) e Tim Burton (Batman), la simpatia per il villain, solitamente più interessante dell’eroe dedito solo a “salvare la situazione” (se il villain fosse ben tratteggiato).

Dopo diec’anni in attesa di un sequel, lo stesso Mignola e una nuova produzione hanno deciso di riproporre HELLBOY in una nuova veste e con la regia di Neil Marshall, papà di cult quali The Descent (2005) e Doomsday (2008) e con un occhio attento all’horror degli anni ‘70/’80, in particolare del maestro John Carpenter.  La trama è un puro pretesto (una strega si risveglia dall’oltretomba e premedita la distruzione del mondo: Hellboy deve fermarla … che “novità”!) e la sceneggiatura di Andrew Cosby riduce al minimo gli sviluppi narrativi, relegandoli a pochi dialoghi, entrate in scena di personaggi (secondari) che spariscono subito, con conseguente psicologia ridotta al minimo. 

Già leggendo questo si penserebbe al peggio … eppure, la vera forza del film è il non prendersi MAI sul serio!

Oggi c’è una voglia sfegatata di rendere “seriosi” i supereroi, complice la trilogia di Batman di Christopher Nolan. Ma se essa calava l’eroe in un contesto realistico parzialmente riuscito, causa la mancanza di superpoteri, era difficile farlo con “veri” supereroi; infatti, l’universo DC per mano di Zack Snyder (L’Uomo d’Acciaio, Batman V Superman, Justice League) ha fallito miseramente: prima incupendo inutilmente le atmosfere, poi rendendole miseramente grottesche (il terribile Suicide Squad), ma con la medesima aria cupa. 

Si può criticare la Marvel per qualche film sbagliato (o troppo esaltato), ma almeno la via di mezzo tra “gioco” e “maturità” l’hanno imboccata. 

Il vero problema del superomismo, al cinema, è volergli dare più importanza di quello che è: un buon spettacolo d’intrattenimento (non si infurino i “marvelliani”), che a volte può dare qualcosa in più se trattato con mano giusta (Raimi, Burton e Del Toro). 

Questo Hellboy rinnega tutto per guardare al passato: vuoi la natura horror del regista, vuoi la carenza della base, i produttori hanno trattato tutto come un gioco, con l’animo del ragazzino, del ribelle degli anni’ 80, del nerd vecchio stampo che tiene nascosta la sua collezione di fumetti sotto il letto da un mondo crudele e ignorante. 

In fondo … come prendere sul serio un demone che spara ai mostri?

La regia di Marshall funziona; egli muove la macchina da presa senza fermarsi, aiutato dal montaggio iper-frenetico di Martin Bernfeld. Certe inquadrature sghembe e la rozzezza della messa in scena ricordano il Raimi de La Casa 2, complice l’uso incredibile di splatter e violenza: arti strappati, cervelli schiacciati, gole tagliate, teste tirate, occhi estirpati … il meglio dell’orrore vecchia scuola, scelta aliena per un blockbuster. Più di una scena colpisce l’occhio (soprattutto un certo piano sequenza, colmo di violenza e risate).

Musica di Benjamin Wallfisch mai invasiva e bella la fotografia di Lorenzo Senatore, in bilico tra luci calde di agenzie segrete e il dark oscuro di cattedrali distrutte. Per gli effetti speciali qualche riserva; Ivo Jivkov, Lyudmil Nikolov, Martin Georgiev e Steven Begg mescolano l’analogico al digitale, regalandoci creature mostruose dalle grandi stazze: i concept sono buoni, ma la resa in CGI non sempre perfetta, alcuni mostri paiono usciti da un videogioco … e in tempi in cui l’effettistica ha raggiunto grandi risultati (vedi l’ottima Motion Capture della serie Love, Death & Robots) non sono più accettabili simili cadute. Per fortuna il trucco di Maria Stankovich copre le falle: si chiude un occhio e ci si gode la truculenza sullo schermo. L’ironia sgorga ad ogni minuto, in ogni battuta e parolaccia e si riesce ad accettare l’assurdità di ogni cosa: maiali parlanti, streghe dalla testa mozzata parlante, fatine oscure, umani mutaforma … La Casa che incontra Men in Black, che incontra L’Armata delle Tenebre, che incontra Re-Animator, che incontra tutta la leggerezza di un cinema (anche fallace) che fu.

Vera forza è il protagonista: questo Hellboy ha la sfrontatezza del predecessore Ron Perlman, ma è più sboccato, adolescenziale, “metallaro” e annoiato dal mondo che lo circonda … e immancabilmente simpatico. Se la sceneggiatura è ridotta all’osso, si è comunque cercato di dare un po’ di spessore al villain. La strega Nimue, per quanto spietata, non ha tutti i torti nel voler vendicarsi di una razza umana che l’ha uccisa; come ogni villain, lei è la nemesi dell’eroe, ma qui vi è legata dal suo essere diversa, un’entità non umana e dunque allontanata. Gli umani, di contro, sono più oscuri e diffidenti, anche verso Hellboy stesso, colui che dovrebbero considerare eguale per la difesa che rende alla società: se qualcuno è dalla sua parte (l’amica Alicia), qualcun altro ha sempre dei dubbi sul suo profilo (l’agente Ben Daimio).

In fondo è un antieroe, un demone venuto dall’inferno … convertito in buono, ma un demone: e se invece fosse il distruttore del mondo e non il salvatore?

Su questo, il film di Marshall incontra la poetica de The Golden Army, nel quale bene e male erano mischiati: l’eroe era comunque un assassino e il villain (il principe Nuada di Luke Goss) aveva quasi ragione a compiere la sua vendetta su di noi.

Ovvio, siamo dalle parti del caciarone, ma ci si può accontentare.

Non male il cast: Milla Jovovich è una credibile strega (anche se non molto espressiva), decente Ian McShane nel ruolo di padre e sorprende il David Harbour de Stranger Things. Non è solo ben truccato, ma dà carisma e irriverenza al suo personaggio, divertendo dall’inizio alla fine senza sfigurare.

Un B-Movie dal grande budget: fine a sé stesso, ma nostalgico e giocoso, con una sua personalità.

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