Glass

24 gennaio, 2019   |  
Lo confesso, M. Night Shyamalan è uno dei miei registi preferiti, eppure sono sicuro che molti di voi non lo conoscono affatto.
Lui è il regista de “Il sesto senso”, capolavoro uscito nelle sale nel 1999, film saldamente stabile nella top ten delle mie pellicole preferite.
Eppure il suo periodo migliore arriva nei primi anni 2000, con Unbreakable, Signs, e The
Village, coraggiosi e intraprendenti film di cui avrete almeno sentito parlare.
Ogni carriera porta con se degli insuccessi, quantomeno commerciali, che per il regista indiano arrivano subito dopo questi ultimi, seguiti poi dal riscatto arrivato con il bellissimo, a tratti grottesco ed inquietante Split, film uscito nel 2016, girato con un budget di appena 9 milioni, il cui ricavato globale si attesta attorno ai 150 milioni di dollari, ed ambientato nello stesso universo di Unbreakable anche se il punto di intersezione tra i due si trova solo nella sua scena finale.  A Shyamalan piace dare un senso logico/temporale alle sue produzioni, proiettandole su filoni spesso intangibili ed ai più, incomprensibili, ma non ha mai tentato operazioni come quella di dare sequel diretti alle sue opere, fino a quando, spingendo la sua ambizione su un livello prima inesplorato, arriva l’annuncio di Glass, lungometraggio che tenta di essere la chiusura della trilogia iniziata con Unbreakable e ampliata successivamente con Split, inaspettato crossover, con la memorabile interpretazione di James McAvoy, in un conflitto interiore che vede l’alternanza di ben 23 personalità diverse, tra cui la Bestia, sua manifestazione più violenta.
Quando due mondi collidono, è importante per il regista saper dar vita ad una unica tessitura narrativa, coerente con le idee che hanno originato entrambi e senza privarli della loro identità. Glass riesce a creare questa suggestione, riuscendo a trasportare lo spettatore in qualcosa di nuovo, un thriller in cui si mantengono saldi i legami creatisi in particolar modo con i personaggi di Split, dove ancora una volta McAvoy compie con risolutezza il prodigio di una recitazione vicina alla perfezione assoluta, fondendo l’insanità mentale con l’ingenuità e la drammaticità pura, in maniera talmente naturale da risultare realmente disturbante.
Shyamalan eccelle, come è noto, nel rendere trepidante la sua regia, che fa della lentezza un suo punto di forza, anche nelle lunghe scene di puro dialogo e introspezione, con i suoi rabbuianti close-up sui volti dei protagonisti. Anche la scenografia è permeata di una apprezzabile ed insana atmosfera che rende merito al lavoro di contorno svolto con estrema cura per il dettaglio.
Nella semplicità della rappresentazione dell’istituto psichiatrico, ad esempio, in cui sono stati confinati i protagonisti dei 3 film, Elijah Price (Samuel L. Jackson), David Dunn (Bruce willis) e  Kevin Wendell Crumb (James McAvoy), viene esaltata l’estrema compostezza della regia e un utilizzo delle sorgenti luminose davvero pregevole. In questo stesso contesto brilla l’interpretazione di Sarah Paulson nei panni dell’enigmatica ma rassicurante dottoressa Staple, intenta nel demolire le convinzioni dei tre ospiti, riguardo le loro presunte capacità sovrumane.
Non aspettatevi però, con queste premesse, funamboliche imprese ed effetti speciali mirabolanti.
Non troverete nulla di tutto questo.
Glass è il vetro dello specchio verso il quale, l’alchimista Shyamalan, tenta con destrezza di avvicinare lo spettatore affinchè possa ritrovare le riflessioni del proprio io, fatto di insicurezze, paure e convinzioni di forza e fede, che vanno insieme oltre il modesto pensiero dell’uomo moderno. Un vetro che si rompe in mille frantumi per veder crollare gli argini di quanto creato in precedenza, per ritrovarsi infine nel pragmatismo di una dimensione umana più terrena, dove l’eroe diventa meno super, e l’uomo drammaticamente debole.
Unbreakable, la forza.
Split, la diversità
Glass, la fragilità.
Il teorema di un climax discendente nell’inconsistenza dell’ego umano, che solo l’abilità consolidata di un ritrovato ed ispiratissimo Shyamalan poteva garantire con così tanto fascino ed efficacia.
Un vetro che tenta di intrappolare un equilibrio inesistente, attraverso il quale si intravede il potere ed il valore della diversità che è possibile scovare in ognuno di noi, in diverse forme, la cui ostentazione diventa distruttiva, senza un misurato controllo.
Glass è la teorizzazione di un fumetto, dove il villain sei tu, che guardi, speri e combatti in uno scontro concettuale e psicologico che non ha precedenti nella storia del cinema.
Per M. N. Shyamalan è tempo di raccogliere i cocci di questo vetro in frantumi, per costruire una finestra dalla quale regalarci un altro splendido scorcio di poesia e verità.

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