Alita : Angelo della battaglia

14 Febbraio, 2019   |  

14Nel 1997 prendevo per la prima volta, in fumetteria, un’opera di Yukito Kishiro: Alita. Si era concluso da circa 4 anni, qui in italia, la pubblicazione di quello che considero il manga più bello mai scritto, ovvero Video Girl Ai, e come sempre mi succede dopo aver letto o visto qualche opera che mi resta nel cuore, ricevo una specie di crisi di rigetto a tutto il resto, che mi sembra vuoto a confronto.
Il genere cyber, inoltre, non mi ha mai particolarmente attratto, e nonostante riconosco la grandiosità delle opere di Masamune Shirow (Ghost in the shell, Appleseed, Dominion) non ne sono mai stato catturato.

Alita è chiaramente appartenente a questo genere con atmosfere alla Blade runner, ma mi catturò inesorabilmente per il suo elemento umano così sovrastante. Sembra che Alita per quanto cyborg fosse, si sentiva più umana di molti umani. Alita ama ed è amata, e non certo come cyborg, ma come ragazza, come essere umano.

Quando oramai 19 anni fa James Cameron e la 20th Century Fox acquistarono i diritti di Alita, cominciai fortemente a sperare di poterla rivedere in un film sul grande schermo. Il tempo passato mi fece anche passar di mente quel avvenimento, e così quando mi sono ritrovato con la preview di Alita sono letteralmente sobbalzato dalla sedia.

Non è più Cameron a dirigerlo, ma Robert Rodriguez, quello di Planet Terror e Sin City, ma anche di Spy Kids, pertanto una certa garanzia. Quello che ne risulta mi ha decisamente colpito. Dopo aver superato la scelta di rendere così grandi gli occhi di Alita, interpretata da Rosa Salazar e poi corretta in CGI, mi sono reso conto che sullo schermo si fondevano corpi umani e meccanici, arti bionici o interi corpi cibernetici, in un modo talmente armonioso e naturale da far sembrare ovvio che se prontamente trattata, anche il mozzare una testa non comporterebbe la morte. Quello che meraviglia è sopratutto la naturalità della cosa. In tutto il film nessun cyborg ci pone il dilemma esistenziale di non saper che “cosa sia”. Avere anche un solo arto o un intero corpo meccanico, non risulta essere un elemento negativo di per se. Sembra quasi un’opera di equilibrismo quello portato avanti da Rodriguez e Cameron.

I corpi pertanto diventano solo strumenti contenitivi di anime, d’amore. Amore di un padre sofferente, di una ragazza spontanea e impulsiva che devi prendere così com’è, di dolori e speranze e pentimenti, di ambizioni e cattiveria gratuita. Insomma anime umane. E la nostra Alita, in un’ambiente così meccanico è quanto di più umano si possa immaginare.

Il ritmo del film è molto ben calibrato. Molto veloce e nonostante questo fa ben seguire le evoluzioni dei personaggi: Spettacolare nell’azione, dinamico, mai un rallentamento. Non si gioca molto sui misteri di chi sia e da dove arrivi la nostra Alita. Alla risposta ci si arriva rapidamente, e ciò nonostante si ha il tempo di chiederselo e di sviluppare il senso di curiosità.
Parlare della trama mi costringe a limitarmi alle premesse per non rovinare la visione a chiunque non abbia mai letto il manga ne ha mai visto l’anime. Peraltro l’opera riesce ad essere abbastanza attinente all’opera cartacea, anzi considerando i dovuti e necessari adattamenti che portano 9 volumi originali in 2 ore di film, mi spingerei a dire che il film è perfettamente attinente al manga.

Il dottor Ido trova nella discarica, parti di un cyborg. Mezzo busto e la testa. Notando che il cervello non è solo umano, ma ancora vivo, la raccoglie, la innesta su di un corpo meccanico e la ribattezza Alita, come la sua defunta e mai dimenticata figlioletta. Una volta sveglia Alita non ricorda chi è, ed inizia una vita da adolescente comune, fino all’incontro con la necessità di difendere se stessa e il suo padre adottivo Ido. Necessità che fa riemergere in lei la sua vera essenza e il suo scopo originario.

Non posso onestamente spingermi oltre, ma posso notare di come la scelta di Cameron di puntare su Alita, che per quanto sia un’opera eccellente non è certo famosissima, sia una continuità ideologica di Avatar. Sostituire i propri limiti con elementi si estranei al proprio corpo, ma funzionali e integrati. In Avatar un corpo malato che non rispondeva più al vigore dell’anima e della mente, riceve nuovo forza non solo fisica, nel suo Avatar. Qui il centro di tutto è lo spirito stesso dell’uomo che alimenta corpi completamente sostituibili. E’ chiarissimo si nota di quanto Cameron sia stato colpito dal manga.

L’animazione cgi è superba. Integrazione perfetta tanto da non percepire più la differenza tra un attore in carne e ossa e Alita. A tratti comprendo che forse la scelta di quegli occhioni così grandi potrebbe essere quella di identificare con forza la diversa natura fisica della nostra protagonista. La sua espressività a volte sembra addirittura più plausibile e realistica di quelle dei personaggi “umani”

Poi un encomio deve essere dato alla scelta degli attori. Incredibilmente centrati tutti, ma su tutti vi è Christoph Waltz, che sembra essere a tutti gli effetti la controfigura di Dyson Ido (anche se la sua tipica espressività peculiare portano sempre a rivedere in lui Hans Landa).

Alita è un’opera cinematografica che conserva tutto ciò che aveva il manga, in modo pressochè perfetto e invariato. Lo consiglio vivamente sia a chi ricorda le pagine del manga, e sia a chi sente il nome Alita per la prima volta.

Alita : Ti turba…che io non sia completamente umana?
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