PINOCCHIO

Che Pinocchio ha influenzato il mondo non è un mistero. Il racconto di formazione, nato dalla penna di Carlo Collodi, tratta tematiche così antiche e così attuali da non stancare mai. Anche il mondo audiovisivo ne è influenzato, avendolo riadattato in tutte le salse e con risultati sempre altalenanti: inutile citare il capolavoro televisivo di Luigi Comencini, con un Nino Manfredi/Geppetto in stato di grazia e una Gina Lollobrigida/Fata Turchina nel ruolo della vita. Chi non l’ha visto, semplicemente, vive fuori dal mondo! E poteva il cinema farsi scappare un fenomeno così importante? Tra il classico Disney del 1940, un film d’animazione italiano del 1971(del fu maestro Giuliano Cenci), il flop di Benigni (2002) e un’ultima versione del caro Enzo d’Alò (2012) non sono mancati neanche riadattamenti per nuove storie cinematografiche: dal fallito OcchioPinocchio (1994, di Francesco Nuti), al sottovalutato A.I. – Intelligenza Artificiale di Steven Spielberg, finanche alla fantascienza odierna (Chappie, di Neill Blomkamp). Insomma, il burattino italiano non conosce limiti, ma difficilmente se n’è ricavata una traduzione corretta, almeno al cinema, vista la complessità del testo scritto (persino Guillermo Del Toro ci sta lavorando da tempo). Eppure, poteva non cimentarsi uno dei nostri migliori registi? Ed ecco che, dopo il bel Il racconto dei racconti, Matteo Garrone si sgancia dal noir e ritenta il fantasy, con questa co- produzione italo-francese e undici milioni di euro (budget immenso per i nostri standard). Nonostante una buona partenza al botteghino, non sono mancate critiche negative … ma è davvero l’ennesimo “Pinocchio” fallito? Probabilmente no.
Ci si accorge subito dell’alta qualità. Nicolaj Bruel, dopo Dogman, torna a curare la fotografia: il risultato è egregio. Grazie anche alle ottime scenografie di Dimitri Capuani, ai toni cupi e i colori misto grigio/marrone, si respira l’atmosfera misera degli ambienti naturali (la provincia toscana); si percepisce la polvere, la sporcizia, proprio come da tradizione “di genere” italiana degli anni ’60 (Sergio Leone docet) e si riesce a credere alle vite disgraziate che Garrone mette in scena. Come da testo “collodiano”. La fiabesca musica di Dario Marianelli fa il resto, ma gli applausi se li beccano gli addetti al trucco e agli effetti speciali: finalmente il protagonista è un VERO burattino IN LEGNO (e non un cinquantenne vestito da “clown”, vero Benigni?), tanto che quando si muove si ode lo scricchiolio delle viti incastrate tra le gambe. Un trucco curato nei minimi dettagli, artigianale come da “tradizione retrò”, tra nani e bambini agghindati come creature animalesche. Memore de Il racconto dei racconti, l’autore romano insiste nell’inseguire un’antica ma immortale tradizione di effettistica, senza abusare di CGI (comunque presente in due o tre scene e di buon livello) e ricordando che “l’effetto speciale deve AIUTARE un film, NON soggiogarlo”. C’è però da muovere qualche critica: il Grillo Parlante di Davide Marotta (nano caro al cinema italiano), truccato con due antenne e un “testone” è abbastanza “creepy” e bizzarro: si vede molto poco e non lascia un gran segno. E inoltre, vedere il Tonno di Maurizio Lombardi realizzato con volto troppo umano è stata scelta azzardata (e, senza offesa, un pelino trash): piacerà ai bambini … o li spaventerà. Si può chiudere un occhio, grazie alla cura con la quale sono tratteggiati il Gatto e la Volpe, ovvero un simpatico Rocco Papaleo e un Massimo Ceccherini in stato di grazia come non mai: una coppia che non manca di divertire grandi e piccini. E finalmente si rivede un Roberto Benigni rinsavito, dopo anni di latitanza dal cinema: il suo Geppetto è autentico, spontaneo e realmente umile. La sua entrata in scena fa simpatia e ricorda l’energia che l’artista toscano sprigionava nel suo periodo d’oro (gli anni ‘80/’90) e, seppur non troppo visibile, ci fa partecipe delle sue disgrazie. Certo, Manfredi è inarrivabile, ma non può non colpire l’umiltà con la quale il “povero babbo” debba sopravvivere, tra una casupola decadente e una giacca venduta per il figlioletto. Gigi Proietti/Mangiafuoco è appena una comparsa, ma è sempre un bel vedersi. Bravo anche Federico Ielapi, irriconoscibile nel make-up che lo tramuta in un autentico bimbo di legno; il suo Pinocchio è sì un monello, ma sinceramente bambino, ingenuo e sognante come lo sarebbe un “bimbo vero”. A sorprendere è il giusto equilibrio tra la fedeltà a Collodi e la poetica del regista. Garrone ama gli ultimi, adora mostrare spazi vasti e desolati, palcoscenici di esistenze abbandonate: la Scampia de Gomorra, l’area vesuviana de Reality e la periferia romana (Castel Volturno in realtà) de Dogman. Luoghi e personaggi che ricordano le fiabe, ma nei lati più cupi. Ed essendo il regista un “analista del reale” e legato ai suoi personaggi (si porta dietro spesso i suoi attori, come il Ciro Petrone di Gomorra e Reality, presente anche qui), non poteva che dipingere Pinocchio che nel suo stile. L’ambiente è rurale, le case minuscole e marce, la stessa villa della Fata Turchina è decadente, spoglia, quasi fantasmagorica: non a caso, sia da bambina (Alida Bardari Calabria) che da adulta (Marine Vacth), la Fata ha la pelle bianca, quasi da non morta. Una presenza eterea e impalabile, se non dal burattino/figlio acquisito. Persino il Paese dei Balocchi è privato del suo lato spettacolare: non è un “parco giochi”, ma un gigantesco casolare grigio e sozzo, se ne percepisce il lato grezzo, ma anche la sua magia: per gli adulti è un luogo immondo, per i bambini, spensierati e sognatori, è luogo paradisiaco. Che importa se le mura sono consumate? Se lo scivolo è male unito da poche viti? Se una grossa pozzanghera funge da “piscina”? Tutti da bambini ci divertivamo con poco, quel poco che per noi “vecchietti” era TUTTO. Ecco il coraggio di Pinocchio: essere un fantasy che azzera la componente fantastica, rimane coerente nella messa in scena, ma al contempo saldo al suo stesso genere. Una magia che solo un AUTORE può creare. E Matteo Garrone E’ un autore, capace di passare da racconti “adulti” e raccapriccianti (ancora Dogman) a storie per famiglie, senza sprecare il suo stile. È vero che la storia è la solita e può darsi che un adulto non si sorprenda molto in due ore. Eppure, tra momenti allegri e spensierati, non mancano momenti inquietanti: oltre alla balena, è fenomenale la trasformazione in asini, bel pugno allo stomaco per un bambino (bravissimo il mefistofelico Omino di Burro, interpretato dal bravo Nino Scardina). Chi scrive, ha provato gli stessi brividi che provò nella medesima scena, sia nel classico Disney che nella miniserie di Comencini. Ci vuole coraggio, oggi, a spaventare i bambini. Quegli spaventi a volte necessari per impartire buone lezioni. Insomma, questo Pinocchio è davvero (parole di “colleghi”) fallito? No. Magari è privo di qualcosa (un po’ di cuore in più tra i personaggi nella seconda parte, qualche spazio in più per Lucignolo), eppure l’autore ha fatto il possibile nel tradurre in immagini un’opera complessa. E checché se ne dica, non si può che lodare lui e questo CORAGGIOSO cinema italiano.

Grazie Garrone.

Daniele Fedele

Mi chiamo Daniele FEDELE, ho ventisei anni e possiedo due lauree: una di fascia triennale in “Discipline delle Arti Visive, della Musica, dello Spettacolo e della Moda” e un’altra “completa” in “Scienze delle Arti Visive e della Produzione Multimediale”. Oltre ad un’esperienza come “addetto alla supervisione” presso la Biblioteca Comunale “Francesco Morlicchio” di Scafati (SA), dove risiedo, per un anno ho frequentato il Master di I livello in Cinema e Televisione presso l’Università degli studi Suor Orsola Benincasa di Napoli, che mi ha consentito di iniziare un periodo di stage presso la MAD ENTERTAINMENT, che tanto ammiro per aver rilanciato l’animazione come genere e forma d’arte cinematografica in Italia. Seguo l’arte del cinema e dell’audiovisivo dall’età di sei anni, sono grande appassionato di tutto ciò che riguarda la settima arte, la musica, i videogiochi e in generale ogni elemento simile che colpisca ed arricchisca l’animo umano. Per quanto piena di ostacoli e sacrifici, non potrei cambiare la mia passione con nessun’altra: vivrei un’esistenza di stenti e rimpianti, in tutt’altro settore. Mi diletto anche nell’editing video da autodidatta e ambisco a diventare regista, sceneggiatore e/o montatore per l’audiovisivo. Per qualsiasi piattaforma. Tra i miei miti “cinematografici” ci sono: il mio “maestro spirituale” QUENTIN TARANTINO, che mi ha fatto comprendere di dover “vivere nella settima arte” e non solo “sfiorarla”, JOHN CARPENTER come “maestro dell’orrore umano”, STANLEY KUBRICK come “maestro della forma e sostanza”, SERGIO LEONE, DAVID CRONENBERG, TIM BURTON, GUILLERMO DEL TORO, NEILL BLOMKAMP, JAMES CAMERON, DAVID LYNCH, GASPAR NOE`, il Maestro HAYAO MIYAZAKI nell’ “animazione che scalda il cuore e arricchisce l’anima”, WALT DISNEY come “insegnante dei sogni”, ISAO TAKAHATA come “animatore neorealista” e altri ancora impossibili da elencare. Grande estimatore dello STUDIO GHIBLI e del PIXAR ANIMATION STUDIOS, che tanto mi ha fatto sognare con “TOY STORY” e piangere con “INSIDE OUT”. Tra i miei miti “sonori” ho ENNIO MORRICONE, HANS ZIMMER, gli M83, i DAFT PUNK, JOE HISAISHI, HOWARD SHORE e vari artisti delle colonne sonore quali NOBUO UEMATSU, la TOKYO PHILARMONIC ORCHESTRA e altri. E come non ammirare HYDEO KOJIMA per aver innalzato il media videoludico a “forma d’arte”? 

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