La casa di Jack

Lars Von Trier o si ama o si odia. O si sopporta.

Non è un mistero che l’autore danese, da vari anni, faccia parlare di sé, in positivo e in negativo: da affermazioni “scherzose” sul nazismo durante la presentazione de Melancholia al Festival di Cannes del 2011 (che gli costò l’espulsione) fino al “dittico” Nymphomaniac che tratta il tema più tabù del “mondo perbene”: il sesso (come esempio di malattia e diversità). E l’anno scorso, con questo LA CASA DI JACK, è tornato a Cannes, facendo scappare centinaia di persone inorridite e spaccando, nuovamente, l’opinione di tutti: ennesimo filmone o narcisistico esercizio di stile?

Che Von Trier abbia una “particolare” sensibilità è chiaro a tutti i suoi fan: egli ha sofferto per anni di depressione, che ha poi rigettato in uno dei suoi film più controversi: Antichrist. Il suo pessimismo di fondo è unito ad una forma stilistica originale; non a caso ha fondato lui il Dogma 95 (messa in scena ridotta all’osso), portato avanti anche in questa nuova pellicola: la camera a mano la fa da padrona e, unita a zoom in avanti e indietro a e primi piani fuori fuoco, annullano l’idea del “cinema commerciale”. Inutile anche chiedere una bella colonna sonora di sottofondo (nonostante Fame di David Bowie ci faccia compagnia più volte): Von Trier non vuole divertire nessuno, ma mettere il SUO sguardo (corretto o distorto che sia) davanti alla macchina da presa. E il suo sguardo si sofferma su un seriar killer (Jack) che, in più anni, uccide oltre sessanta persone; le sue vicende sono narrate (fuori campo) come in una seduta psicanalitica, tra lui e un misterioso “psicologo”, tutte suddivise in cinque episodi, uno più macabro dell’altro.

Si parte subito col botto, con un incontro/scontro con una donna (vittima prediletta di Jack) e uno scambio di battute surreali degne di Quentin Tarantino: non a caso, la donna è Uma Thurman che, finalmente, sta tornando alla ribalta con notevoli ruoli (chi ricorda la sua comparsa nello stesso Nymphomaniac?); segue un ottimo montaggio delle prime disturbanti scene violente, “alleggerite” da frammenti di flashback (anche un killer è stato bambino!), sequenze di documentari (Von Trier scherza ancora sul nazismo) e quadri “rubati” che diventano metafora delle emozioni umane e della percezione di vita che abbiamo tutti, con punti di vista diversi PER FORZA.

Seppur sfruttando, in qualche punto, elementi grotteschi (la goffaggine di Jack nei primi omicidi, la sua “corsa” montata come nelle comiche del ‘900), il film tratteggia con serietà la psicologia del protagonista, le cui gesta e manie psicotiche spaventano lo spettatore, incredulo per quanto avviene sullo schermo.

 

Si afferma spesso di non sorprendersi dei limiti della cattiveria umana, ma finché non si osserva (o non si vive) non si può capire REALMENTE.  In questo, Von Trier ha centrato il bersaglio.

Il suo Jack non conosce limiti, è inorridito dalle scelte che altri (o la vita stessa) hanno condotto per lui: per la società, egli è un semplice ingegnere, ma il suo sogno è l’architettura, dunque creare, non eseguire. Ed è proprio nell’omicidio che trova una ragion d’essere: in un gesto così estremo, egli trova l’amore che (quasi) mai ha provato per gli altri e soprattutto la creatività che la sua esistenza mediocre gli ha tolto. È annullato il concetto di bene e male, perché è la mente umana ad essere troppo vasta per questi “banali” concetti: ognuno trova il piacere in ciò che vuole e quale che sia il prezzo da pagare, è sempre il risultato di una scelta personale … troppo “comodo” giudicare una persona come “buona” o “cattiva”. 

Non è un caso che il protagonista, durante la “seduta fuori campo”, metta sé stesso davanti allo “psicologo”, sempre pronto ad additarlo come “diverso”: Jack trova sempre una giustificazione e lo spettatore prova timore perché, nel profondo dei deliranti argomenti trattati, c’è un senso di “reale”. Ci si sente sporchi, complici del killer, una sua nemesi, quasi “infettati” dal “germe folle” che lo divora … e questa è l’altra forza della pellicola. Jack non è altro che la nemesi di Von Trier, che si autoconsegna al cinema e si auto-psicanalizza per il pubblico, incarnato dallo “psicologo”; infatti, tutti noi siamo pronti ad additare come “sbagliato” ciò che i nostri limiti (auto-imposti, per protezione ed egoismo) non riescono a cogliere ed è facile urlare allo “scandalo” dinanzi alla violenza mostrata sulla pellicola; certo, essa è a tratti insostenibile (più d’animo che d’estetica), ma è specchio della deformazione del suo autore. Egli è sì “sbagliato”, ma non più del mondo circostante, brutale e indifferente; guarda caso, nessuno prova a fermare Jack, perché nessuno vuol vedere oltre il proprio “orto” (fondamentale uno degli ultimi omicidi, durante il quale la polizia sparisce e la vittima rimane abbandonata). Non esiste una vera giustizia, ma solo una farlocca facciata, auto-illusa di poter tenere sotto controllo lo stesso essere umano che l’ha creata, ma tanto “ingenua” da lasciare a piede libero un uomo pericoloso, come Jack. E sarebbe facile accusare l’opera di “misoginia” (le numerose vittime donne), quando in realtà le stesse sono simbolo della poetica di Von Trier, sempre a proprio agio con attrici donne. Il colpo di genio arriva negli ultimi minuti, durante i quali la “messa a nudo” del regista arriva al culmine; egli non solo rimonta spezzoni dei suoi film (Antichrist, Melancolia, The Kingdom), ma (finalmente) tiene a bada l’obiettivo “traballante”, trasportandoci in una dimensione altra onirica, “fiabesca”; le inquadrature diventano statiche, il campo diventa largo e il montaggio delle sequenze rallenta del 1000%, creando veri e propri quadri su pellicola dal grande impatto (come i primi meravigliosi minuti de Melancholia); anche lo “psicologo” assume un volto, rivelandosi un Virgilio che conduce il protagonista alla fine del suo “viaggio”. Al suo destino. In questi frangenti, incredibilmente, Jack riscopre un lato umano e “sensibile”, tenuto a freno dalle sue azioni scioccanti e finalmente, sia lui che noi, comprendiamo che il traguardo che ci attende (in questa vita o in un’ “altra”) ci spiattellerà in faccia la sola verità e atroce verità che l’essere umano è limitato e non potrà mai raggiungere la VERA felicità (“divina”), qualunque siano i modi attuati per farlo.

Siamo tutti imperfetti. Fragili. Nessuno “superiore” a nessuno. Neanche Lars Von Trier.

Si aggiungono al tutto le ottime interpretazioni; oltre alla già citata Thurman, c’è un Bruno Ganz/Virgilio alla sua ultima e sentita interpretazione, ma chi ruba la scena è un Matt Dillon/Jack semplicemente MOSTRUOSO.

Grande Cinema, ma che fa male.       

Daniele Fedele

Mi chiamo Daniele FEDELE, ho ventisei anni e possiedo due lauree: una di fascia triennale in “Discipline delle Arti Visive, della Musica, dello Spettacolo e della Moda” e un’altra “completa” in “Scienze delle Arti Visive e della Produzione Multimediale”. Oltre ad un’esperienza come “addetto alla supervisione” presso la Biblioteca Comunale “Francesco Morlicchio” di Scafati (SA), dove risiedo, per un anno ho frequentato il Master di I livello in Cinema e Televisione presso l’Università degli studi Suor Orsola Benincasa di Napoli, che mi ha consentito di iniziare un periodo di stage presso la MAD ENTERTAINMENT, che tanto ammiro per aver rilanciato l’animazione come genere e forma d’arte cinematografica in Italia. Seguo l’arte del cinema e dell’audiovisivo dall’età di sei anni, sono grande appassionato di tutto ciò che riguarda la settima arte, la musica, i videogiochi e in generale ogni elemento simile che colpisca ed arricchisca l’animo umano. Per quanto piena di ostacoli e sacrifici, non potrei cambiare la mia passione con nessun’altra: vivrei un’esistenza di stenti e rimpianti, in tutt’altro settore. Mi diletto anche nell’editing video da autodidatta e ambisco a diventare regista, sceneggiatore e/o montatore per l’audiovisivo. Per qualsiasi piattaforma. Tra i miei miti “cinematografici” ci sono: il mio “maestro spirituale” QUENTIN TARANTINO, che mi ha fatto comprendere di dover “vivere nella settima arte” e non solo “sfiorarla”, JOHN CARPENTER come “maestro dell’orrore umano”, STANLEY KUBRICK come “maestro della forma e sostanza”, SERGIO LEONE, DAVID CRONENBERG, TIM BURTON, GUILLERMO DEL TORO, NEILL BLOMKAMP, JAMES CAMERON, DAVID LYNCH, GASPAR NOE`, il Maestro HAYAO MIYAZAKI nell’ “animazione che scalda il cuore e arricchisce l’anima”, WALT DISNEY come “insegnante dei sogni”, ISAO TAKAHATA come “animatore neorealista” e altri ancora impossibili da elencare. Grande estimatore dello STUDIO GHIBLI e del PIXAR ANIMATION STUDIOS, che tanto mi ha fatto sognare con “TOY STORY” e piangere con “INSIDE OUT”. Tra i miei miti “sonori” ho ENNIO MORRICONE, HANS ZIMMER, gli M83, i DAFT PUNK, JOE HISAISHI, HOWARD SHORE e vari artisti delle colonne sonore quali NOBUO UEMATSU, la TOKYO PHILARMONIC ORCHESTRA e altri. E come non ammirare HYDEO KOJIMA per aver innalzato il media videoludico a “forma d’arte”? 

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