Il Grinch

IL GRINCH è stata una favola importante per i bambini statunitensi, edita dalla penna del Dr. Seuss (il “Carlo Collodi” americano). Il mostro verde che odia il Natale fu già protagonista di uno special animato ormai cult, partorito dalla “matita dark” del maestro Chuck Jones (i cui episodi dei Looney Tunes e de Tom & Jerry erano i più crudeli, seppur comici). Egli tornò poi nel 2000 in un live action di Ron Howard, interpretato da un bravissimo Jim Carrey e, seppur in una logica “a buon mercato” non nascondeva critiche alla società consumistica USA (gli abitanti di CHI-SARA’ erano stupidi e schiavi degli addobbi natalizi, dell’apparenza, tranne la piccola Cindy-Loo, pura di cuore) e si finiva a tifare per Grinch/Carrey, che si divertiva un mondo sotto il vistoso make-up verde. 

E dopo il successo della saga CATTIVISSIMO ME, i ragazzi de ILLUMINATION hanno re-imbastito la stessa formula con la fiaba “seussiana”: il risultato è un film prettamente per bambini, ma che non distrugge lo spirito del caro “Dottor” (con qualche riserva).

L’animazione tridimensionale è curatissima, ricca di dettagli, seppur i colori e le forme dei personaggi richiamino uno stile visivo dei “vecchi’ cartoni, quelli più leggeri e non “seriosi” di casa Pixar. Il 3D permette un uso “facilitato” dell’ambiente e quindi numerosi movimenti di macchina (per quanto la m.d.p. sia digitale e non fisica); tra obiettivi ‘roteanti” e piani sequenza notevoli, il ritmo corre benissimo e l’ora e mezza di durata non si avverte. Ma l’applauso è tutto per lui: il Grinch, un buffissimo “mostro” vittima della comicità slapstic (leggasi “scivoloni su bucce di banana”) proprio nella logica dei cari Looney Tunes/Tom & Jerry.

Il bambino si diverte e anche l’adulto, nonostante un paio di gag e battute si potevano tagliare; eppure, la forza del film sta nell’aver “umanizzato” TUTTI. Tra animali dagli occhioni dolci e bambini paffuti, i personaggi non sono macchiette ma persone comuni che conducono, in comunità, una normalissima esistenza con pro (tanti, è pur sempre un film per piccoli) e contro (la mamma sfortunata di Cindy-Loo, quest’ultima preoccupata per lei). E il caro mostro verde non è una figura crudele (Jones) o un clown obeso (Carrey), ma un essere triste e abbandonato, che sfoga la frustrazione della sua condizione contro gli altri e il Natale, la “festa dell’amore”, quell’amore che il poveretto non ha mai avuto (non per colpa sua) e, per quanto ingegno abbia (vedasi la sua “casa-laboratorio”) è un reietto il cui (piccolo) cuore è inacidito da una gabbia fisica (la montagna su cui vive) ed emotiva (la solitudine). Eppure, in taluni casi, un briciolo di amore (smosso dalla tristezza) riesce a farlo emergere dai suoi occhi e a donarlo a chi ha bisogno (niente spoiler!), rendendolo un personaggio sí buffo, ma anche sfaccettato. Certo, la morale finale è un po’ frettolosa, ma da un’opera del genere non si poteva pretendere oltre.

Tra il narratore che si esprime a rime (come nella favola) e un bravissimo Alessandro Gassman al doppiaggio del Grinch, si può affermare che il film è riuscito e che sa intrattenere. 

Leggermente, ma non cosi banalmente.

Daniele Fedele

Mi chiamo Daniele FEDELE, ho ventisei anni e possiedo due lauree: una di fascia triennale in “Discipline delle Arti Visive, della Musica, dello Spettacolo e della Moda” e un’altra “completa” in “Scienze delle Arti Visive e della Produzione Multimediale”. Oltre ad un’esperienza come “addetto alla supervisione” presso la Biblioteca Comunale “Francesco Morlicchio” di Scafati (SA), dove risiedo, per un anno ho frequentato il Master di I livello in Cinema e Televisione presso l’Università degli studi Suor Orsola Benincasa di Napoli, che mi ha consentito di iniziare un periodo di stage presso la MAD ENTERTAINMENT, che tanto ammiro per aver rilanciato l’animazione come genere e forma d’arte cinematografica in Italia. Seguo l’arte del cinema e dell’audiovisivo dall’età di sei anni, sono grande appassionato di tutto ciò che riguarda la settima arte, la musica, i videogiochi e in generale ogni elemento simile che colpisca ed arricchisca l’animo umano. Per quanto piena di ostacoli e sacrifici, non potrei cambiare la mia passione con nessun’altra: vivrei un’esistenza di stenti e rimpianti, in tutt’altro settore. Mi diletto anche nell’editing video da autodidatta e ambisco a diventare regista, sceneggiatore e/o montatore per l’audiovisivo. Per qualsiasi piattaforma. Tra i miei miti “cinematografici” ci sono: il mio “maestro spirituale” QUENTIN TARANTINO, che mi ha fatto comprendere di dover “vivere nella settima arte” e non solo “sfiorarla”, JOHN CARPENTER come “maestro dell’orrore umano”, STANLEY KUBRICK come “maestro della forma e sostanza”, SERGIO LEONE, DAVID CRONENBERG, TIM BURTON, GUILLERMO DEL TORO, NEILL BLOMKAMP, JAMES CAMERON, DAVID LYNCH, GASPAR NOE`, il Maestro HAYAO MIYAZAKI nell’ “animazione che scalda il cuore e arricchisce l’anima”, WALT DISNEY come “insegnante dei sogni”, ISAO TAKAHATA come “animatore neorealista” e altri ancora impossibili da elencare. Grande estimatore dello STUDIO GHIBLI e del PIXAR ANIMATION STUDIOS, che tanto mi ha fatto sognare con “TOY STORY” e piangere con “INSIDE OUT”. Tra i miei miti “sonori” ho ENNIO MORRICONE, HANS ZIMMER, gli M83, i DAFT PUNK, JOE HISAISHI, HOWARD SHORE e vari artisti delle colonne sonore quali NOBUO UEMATSU, la TOKYO PHILARMONIC ORCHESTRA e altri. E come non ammirare HYDEO KOJIMA per aver innalzato il media videoludico a “forma d’arte”? 

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