1917

Piano sequenza, ovvero “piazzare una cinepresa su attori e spazi e filmare tutto ciò che si muove, senza mai fermarsi”. Molto volgarmente, è questo: una tecnica cinematografica che non lascia indifferenti, ma difficilissima (se non impossibile) da realizzare. La settima arte ha visto illustri esempi di esso, più o meno, riusciti: Birdman di Iñárritu ha fatto parlare anche troppo di sé, quanto Alfonso Cuarón con il notevole racconto sci-fi Gravity. Da Martin Scorsese a Quentin Tarantino (fenomenale l’ingresso nella “Casa delle foglie blu” in Kill Bill Vol. 1), fino ad autori recenti (Gaspar Noé con il controverso Enter the Void): in tanti si sono cimentati nell’afferrare lo spettatore e a trasformarlo in cinepresa.

Sì, hai letto bene! Perché sei tu, spettatore, il terzo occhio: il primo è quello del regista che immagina e crea; il secondo è la cinepresa che immortala quella creazione … e spesso e volentieri, lo spettatore è il terzo. Egli non osserva, VIVE il cinema. L’obiettivo si fa metamorfosi delle nostre iridi e il piano sequenza, da sopra a sotto, fuori e dentro i corpi filmati, ci prende a schiaffi gli occhi e la mente, finalmente ridestata dalla fruizione di film “normali”.

Tutta questa divagazione solo per introdurre 1917, war movie girato in un unico one cut (per non ripetere “piano sequenza”!). Accolto da critiche entusiaste e nomination agli Oscar, sta facendo parlare molto di sé: merita questo calore?

Il cinefilo più incallito sa che il piano sequenza è un gioco di furbizia e astuzia, sia per la scelta di COME girarlo che per un montaggio perfetto, ai limiti della paranoia. Molto spesso, esso è una bugia, mai “infinito” ma finemente nascosto da ottimi tagli invisibili (Enter The Void e Birdman sono una sequela di inquadrature incollate, così bene che il montaggio sembra “svanire” e l’illusione del “one cut” è riuscita) e spesso asservita allo spettacolo cinematografico. Quello più coraggioso ed arrogante.

Il war movie non è nuovo a questa tecnica: lo stesso Cuarón ci ha donato il bellissimo I figli degli uomini che, seppur in tema fantascientifico, riusciva a portarci nell’orrore della morte con fredda sapienza (e una splendida fotografia). E diciamocela tutta: i VERI “film one cut”, i più potenti visivamente, sono due (in questi vent’anni del 2000): ARCA RUSSA di Aleksandr Sokurov e VICTORIA di Sebastian Schipper. Entrambi in piano sequenza, ma entrambi SENZA NEANCHE UNO STACCO! SENZA UNA SOLA FINZIONE! Esperienze visive impressionanti e miracolanti, per gli stessi sforzi umani.

Ragion per cui, togliamoci il dente avvelenato: 1917 NON E’ ORIGINALE.

Non che ciò sia un male. Anzi. Il regista Sam Mendes, di ottimo mestiere (suoi il cult American Beauty e Skyfall de 007), osa e ci dona uno dei film più interessanti di questo mese.

Nel raccontare le vicende di due soldati (incaricati di avvisare i compagni di un imminente attacco tedesco), l’autore ci guida in un viaggio sul suolo francese, occupato da esseri umani in uniformi: stanchi, affamati e schiavi di un destino beffardo, pronto a tender loro imboscate. Saggiamente, il regista non esagera, è quadrato nel seguire i due uomini, tanto che le loro emozioni sono tangibili: la paura e il timore della morte sono captabili, la tristezza per la “solitudine compagna”, quanto la mancanza dei propri cari, sono autentici, senza eccedere. La cupa fotografia di Roger Deakins (Non è un paese per vecchi, A serious man, Sicario, Blade Runner 2049), il montaggio certosino di Lee Smith (The Truman Show, Il cavaliere oscuro, Dunkirk, Elysium), le scenografie di Dennis Gassner, i costumi di David Crossman e Jacqueline Durran … tutto è ai limiti della perfezione. L’obiettivo si sposta di continuo, da tutte le angolazioni, stringendo sulla pelle sporca di polvere e sulla carne martoriata e sanguinante; nel vedere gli stivali affondare nel fango, o i due “eroi” cadere in fosse grandi quanto crateri (accoglienti cadaveri putrefatti e disgustosi), avvertiamo l’impatto della caduta e proviamo lo stesso terrore dei due.

L’orrore dei limiti inesistenti per i peggiori nefandezze umane.

Retorica a parte, tecnicamente il risultato è maestoso e la macchina del cinema riesce nella magia di “distacco dal reale”. Non c’è una ricerca di azione banale (non siamo in Call of Duty): le “scene salienti” sono poche, ma lasciano il segno, tra esplosioni di bombe nascoste, aeroplani precipitati e ferite che si aprono come fosse “naturale”. Più di una volta il malessere bussa al nostro corpo: il sangue è VIVO, la sporcizia ANCOR DI PIU’ ed esseri viventi vanno giù come pupazzi. E proprio allora, Mendes ferma la cinepresa e ci piazza in faccia alla morte, tenendoci “sadicamente” fermi: qualcuno si emoziona, qualcun altro si infastidisce. E qualcuno, come chi scrive, scoppia a piangere in silenzio.

Buone prove d’attore per George MacKay e Dean-Charles Chapman, due eroi spogliati delle “gesta eroiche” e ridotti a uomini, tanto diversi quanto uniti dal desiderio di servire il paese. Dal terrore. E dal desiderio di vivere.

Brevissime comparse per Benedict Cumberbatch e Colin Firth, ma anche così fanno una grande figura.

Nonostante ciò, non tutto fila liscio.

Il regista non gioca con l’immagine, non vuole dimostrare di “avercelo duro” nel muovere la m.d.p. (errore spesso commesso nel girare opere simili), eppure, nel secondo atto qualcosa inizia a scricchiolare. La scelta stilistica rischia di ribaltarsi su sé stessa: due ore senza tagli non sono poche (per quanto il film ne abbia di nascosti) e lo script, seppur ben scritto, rischia di non offrire molto di più.

Ed ecco una critica che farà discutere: l’odio e l’antisemitismo sono gli atti più deplorevoli della storia umana (la dittatura in generale, oltre “bandiere” e “ideali”, lo è) e osservare soldati (tedeschi soprattutto) crea sempre furore, ma anche essi sono esseri umani e sottolinearne le sfaccettature emozionali è sempre notevole (nel cinema): lo sa bene Tarantino che in Bastardi senza gloria ha evidenziato benissimo un legame tra un soldato nazista e una ragazza ebrea: entrambi divisi dai loro ideali, quanto uniti da un profondo desiderio reciproco chiamato amore.

Lo stesso Roman Polanski, in quel devastante capolavoro che è Il pianista stupisce in una parentesi tra il protagonista e un soldato nazista che, intenerito dal talentuoso artista, lo salva dall’orda nazista.

Questi esempi “salvano” l’odio? Assolutamente no. Ma testimonia ancor più la sensibilità umana dei migliori artisti nella settima arte.

In 1917 i soldati tedeschi sono più intravisti che mostrati, sembrano “macchine da morte” , “brutti e cattivi” o moderni “schiavi”; la terra che attraversano è un novello Far West, nel quale si è costretti a sparare per aver salva la vita.

Forse si poteva dare più spazio ai “cattivi” ed evitare trappole “leggere” (un momento finale troppo “eroico”, da puro cinema commerciale). Nonostante questi limiti (non definibili “errori”), l’intento di Mendes è riuscito: mostrare il nulla scaturito dalla violenza umana e le vittime che esso crea, tra divise che dividono, fame, miseria e nascondigli da un mondo, quello nostro, devastato da insensato odio.

Notevole ed umano.

Daniele Fedele

Mi chiamo Daniele FEDELE, ho ventisei anni e possiedo due lauree: una di fascia triennale in “Discipline delle Arti Visive, della Musica, dello Spettacolo e della Moda” e un’altra “completa” in “Scienze delle Arti Visive e della Produzione Multimediale”. Oltre ad un’esperienza come “addetto alla supervisione” presso la Biblioteca Comunale “Francesco Morlicchio” di Scafati (SA), dove risiedo, per un anno ho frequentato il Master di I livello in Cinema e Televisione presso l’Università degli studi Suor Orsola Benincasa di Napoli, che mi ha consentito di iniziare un periodo di stage presso la MAD ENTERTAINMENT, che tanto ammiro per aver rilanciato l’animazione come genere e forma d’arte cinematografica in Italia. Seguo l’arte del cinema e dell’audiovisivo dall’età di sei anni, sono grande appassionato di tutto ciò che riguarda la settima arte, la musica, i videogiochi e in generale ogni elemento simile che colpisca ed arricchisca l’animo umano. Per quanto piena di ostacoli e sacrifici, non potrei cambiare la mia passione con nessun’altra: vivrei un’esistenza di stenti e rimpianti, in tutt’altro settore. Mi diletto anche nell’editing video da autodidatta e ambisco a diventare regista, sceneggiatore e/o montatore per l’audiovisivo. Per qualsiasi piattaforma. Tra i miei miti “cinematografici” ci sono: il mio “maestro spirituale” QUENTIN TARANTINO, che mi ha fatto comprendere di dover “vivere nella settima arte” e non solo “sfiorarla”, JOHN CARPENTER come “maestro dell’orrore umano”, STANLEY KUBRICK come “maestro della forma e sostanza”, SERGIO LEONE, DAVID CRONENBERG, TIM BURTON, GUILLERMO DEL TORO, NEILL BLOMKAMP, JAMES CAMERON, DAVID LYNCH, GASPAR NOE`, il Maestro HAYAO MIYAZAKI nell’ “animazione che scalda il cuore e arricchisce l’anima”, WALT DISNEY come “insegnante dei sogni”, ISAO TAKAHATA come “animatore neorealista” e altri ancora impossibili da elencare. Grande estimatore dello STUDIO GHIBLI e del PIXAR ANIMATION STUDIOS, che tanto mi ha fatto sognare con “TOY STORY” e piangere con “INSIDE OUT”. Tra i miei miti “sonori” ho ENNIO MORRICONE, HANS ZIMMER, gli M83, i DAFT PUNK, JOE HISAISHI, HOWARD SHORE e vari artisti delle colonne sonore quali NOBUO UEMATSU, la TOKYO PHILARMONIC ORCHESTRA e altri. E come non ammirare HYDEO KOJIMA per aver innalzato il media videoludico a “forma d’arte”? 

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