Werk ohne autor: il ricordo di un’urna greca

10 ottobre, 2018   |  

Beauty is truth, truth beauty,—that is all

            Ye know on earth, and all ye need to know.” (49-50).

John Keats, Ode on a grecian urn (1819)

 

Lo spirito romantico di un poeta che guarda ad un’arte che nel tempo non muoia, rimanendo viva solo nel ricordo, ma che porti al contrario il vero e l’io in quell’arte, pervade tutta l’ultima fatica di Florian Henckel von Donnersmarck, Opera senza autore, presentata alla 75a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia dove ha vinto il premio Leoncino D’Oro. Opera sicuramente e per fortuna molto lontana dal suo ultimo film. E, se già è difficile che non sia illuminante parlare con un regista, o in senso più ampio, un artista come von Donnersmarck, in questo caso forse si va anche un po’ oltre. In una conversazione avuta a Venezia il regista de Le vite degli altri (2006) e The Tourist (2010), parlando della sua relazione tra arte e verità, disse che ogni artista, se è un artista sincero, nella sua ricerca, ad una tale domanda, dovrebbe rispondere che in una certa qual misura cerca il bello. Il perché lo narra direttamente il film, e lo può spiegare la zia del protagonista, Kurt Barnert (Tom Schilling), Elizabeth May (una bravissima Saskia Rosendahl) mentre suona il piano nuda. In quella scena, una di quelle iniziali, ella pronuncia infatti un monologo “sragionando”, credendo di aver compreso tutto il mondo nel “la” alla quarta ottava del pianoforte, che sarà l’inizio della sua fine e che segnerà per sempre la vita del giovane Kurt. Interessante è vedere come la frase su cui ella insista, ossia:”Non distogliere mai lo sguardo”, che è anche il titolo inglese del film (Never look away), non sia in realtà quella veramente portante della pellicola, ma soltanto una conseguenza della vera frase principale, che è il fil rouge che unisce forza, arte e verità nella storia raccontata in Opera senza autore. Von Donnersmarck fa pronunciare, parafrasate, alla zia Elisabeth le parole finali dell’Ode all’urna greca del poeta romantico inglese John Keats, ossia “Tutto ciò che è vero, è bello”; ed è per questo motivo che non va mai distolto lo sguardo, che non bisogna chinare la testa ragliando “Ja” come gli asini che tanto danno fastidio a Zarathustra, e non viceversa. Se ci si ricorda dell’urna di Keats, tante cose del personaggio di Kurt saranno più chiare.

“Beauty is truth, truth beauty”.

Questa citazione poetica e l’ispirazione alla vita del pittore tedesco Gerhard Richter (1932), sono le colonne portanti di un film per certi versi non semplice, ma comunque capace di non far accusare i 188 minuti della sua durata.

Fatta questa lunga ma doverosa introduzione, sembra strano non chiedersi di cosa parli un film che trae ispirazioni da sì particolari fonti. Non si farà, però, alcuno spoiler nel raccontarlo, ovviamente.

Il tema del film è articolato e variegato: partiamo da Dresda, nel 1937, dove Kurt, bambino, vive un fortissimo e tenero legame affettivo con la sensuale e disinibita zia Elizabeth, la quale ha una maniera particolare di vivere l’arte e, data la spiccata bravura del nipote nel disegno, lo stimola per tirare fuori il suo estro artistico. Ma, purtroppo, la vita della famiglia di Kurt è costretta a fare i conti con la Storia, ed Elizabeth finirà per entrare in cura dal professore e membro del progetto di eutanasia delle “vite inutili” delle SS Carl Seeband (Sebastian Koch, protagonista di una grande interpretazione). Ma il film vero e proprio parte dopo la guerra, con un Kurt adulto, che cerca, nel mondo oppressivo della DDR, la Germania dell’Est, di trovare la sua via come artista e s’innamora di un’incantevole ragazza, Elizabeth “Ellie” Seeband (Paula Beer), figlia del sopracitato professore, che nel frattempo si è reinventato comunista. La loro storia d’amore sarà bellissima, ma travagliata e duramente osteggiata, e li porterà insieme a correre il folle rischio di passare dall’altra parte di Berlino, poco prima della costruzione del Muro. Nella Germania Ovest, Kurt si confronterà con l’arte moderna (e qui le citazioni sono tantissime, da Fontana a Pollock), continuando a cercare se stesso come artista, guardando sempre al vero e quindi al bello, per questa natura intrinseca delle cose dalle quali mai si deve distogliere lo sguardo.

Beauty is truth, truth beauty”.

In questa parte dell’opera von Donnersmarck riesce perfettamente a parlare d’amore in maniera tenera e sentita, poetica potremmo dire, di storia in maniera subliminale ma precisa e forte (questo tratto in realtà è insito in tutto il film) e del processo creativo di un’artista, che è fatto di emozioni, sperimentazione di sé ed idee, ma anche, a volte, di vani tentativi, incomunicabilità e tele bianche e vuote. Fino all’illuminazione, alla scintilla che infiamma il talento e accende la passione.

Ed è a questo punto che abbiamo una delle scene più belle del film (oltre a quella finale): il momento in cui dipinge il bellissimo quadro che intitolerà “Madre con il figlio”, e quel che ne conseguirà, quello che il dito puntato del bambino, senza parole, potrà mostrare.

Beauty is truth, truth beauty”.

Malgrado tutto, la pellicola non manca d’imperfezioni. Il film è fin troppo esplicito, tanto da apparire televisivo alle volte, e probabilmente in molti punti pecca d’essere incredibilmente didascalico e un po’ stucchevole, ma va comunque riconosciuto che è un’opera che tenta di parlare e di arrivare dritto al cuore di un Paese ferito, ancora non ripresosi per certi versi dalla schizofrenia del suo Novecento.

Dal punto di vista tecnico sono da sottolineare la fotografia a tratti bellissima ma che alle volte cala un po’ di Caleb Deschanel e la colonna sonora composta da Max Richter, che accompagna le scene in maniera emozionante. Purtroppo, in alcuni punti, ahimè, si notano degli errori di continuity, almeno tre abbastanza evidenti, anche se in nessun modo determinanti, nel montaggio dei dialoghi. E, tra l’altro, il doppiaggio italiano appesantisce un minimo il film, che in tedesco ha la tendenza ad essere più scorrevole ed in certi punti sicuramente più divertente. Un’altra critica che gli si potrebbe muovere è che, forse, in alcuni momenti, tutti gli importantissimi temi secondari, soprattutto quelli storici, vanno a naufragare nella bellezza della storia d’amore in cui tutti si rivedono e vorrebbero rivedersi.

Ma ad ogni modo, anche grazie alle interpretazioni di alto livello di tutto il cast, compresi i personaggi secondari, il film riesce, nella bellezza della storia che narra, ad arrivare dritto al cuore dello spettatore, ed a raccontare l’anima romantica e tormentata di un Paese nei suoi anni più bui.

“Beauty is truth, truth beauty”.

Ripensando ad Elizabeth, Kurt ed Ellie, personaggi che almeno un po’ non possono non restarti dentro, potrebbero venire in mente però altri versi di Keats, che molto meglio di ogni lungo articolo possono spiegare i loro sentimenti, e le loro emozioni; e sono, forse, il modo migliore per chiudere; e allora, dolcemente e sottovoce…:

Bright star, would I were stedfast as thou art—

        Not in lone splendour hung aloft the night

And watching, with eternal lids apart,

        Like nature’s patient, sleepless Eremite,

The moving waters at their priestlike task

        Of pure ablution round earth’s human shores,

Or gazing on the new soft-fallen mask

        Of snow upon the mountains and the moors—

No—yet still stedfast, still unchangeable,

        Pillow’d upon my fair love’s ripening breast,

To feel for ever its soft fall and swell,

        Awake for ever in a sweet unrest,

Still, still to hear her tender-taken breath,

And so live ever—or else swoon to death.

Bright Star (1820)

 

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