Suspiria

8 gennaio, 2019   |  

Non si può ben definire, a poche ore dalla visione, il Suspiria di Luca Guadagnino. Lo stordimento è troppo forte, le idee sono troppo sconnesse, trovarne una logica richiede più di una visione … e se un film riesce a fare questo, è VERO CINEMA. Un Cinema fuori dal tempo, che non esiste più e che, forse, potrà ri-esistere un domani.

Com’era possibile rifare un classico dell’horror del 1977 che ha portato fortuna a Sua Maestà Dario Argento e tanto lustro al cinema italiano? Come poter OSARE toccare un simile capolavoro di immagini, colori e terrore?

Guadagnino ha osato e intelligentemente, semplicemente NON RIFACENDO Suspiria: che senso avrebbe avuto riproporre un ideale di orrore (e di streghe) che non funziona più? (e Argento, ahinoi, sembra averlo dimenticato).

Cambia tutto. Non siamo più nella Friburgo fiabesca e pop fotografata da Luciano Tovoli, ma nella grigia Berlino del 1977 (!), simbolo di un mondo diviso da muri sia fisici che mentali, di un’umanità divisa in classi (sociali e politiche); c’è il terrorismo (la R.A.F.), la violenza nelle strade, il fantasma del nazismo che ancora soffoca i ricordi … tutto fotografato ottimamente da Sayombhu Mukdeeprom che rifugge l’idea pop del “collega” italiano per esaltare le oscurità dei personaggi messi in scena.

L’autore palermitano gira con una grazia tale da ammaliare, con movimenti di macchina delicati, mai fini a sé stessi e che omaggiano più volte i lenti zoom di Argento (c’è anche uno zoom stretto sul volto di Dakota Johnson “rubato” da Sergio Leone); non c’è mai un dolly buttato a caso, mai un piano sequenza futile, l’inquadratura cerca i volti, i corpi, le articolazioni, gli spazi scenici (lo specchio come simbolo di “maschera” che nasconde le oscurità delle anime), coadiuvata da un montaggio strepitoso di Walter Fasano (che, guarda caso, aveva montato e co-scritto la conclusione della trilogia argentiana sulle Tre Madri, l’orribile La Terza Madre). La scuola di danza, che allora era imponente e colorata (le mura rosse, come i tagli di luce tovoliani “rubati” al cinema Hammer, a Roger Corman e al GRANDE Mario Bava), ora è spenta e decadente, all’esterno, tanto che il suo ingresso affaccia su un pezzo di quell’orrido MURO che divise una città e confinò due mondi: quello occidentale (l’antica Europa, l’America) e quello orientale (l’Unione Sovietica). Eppure, al suo interno, c’è una vitalità magica, espressa a suon di musica (spettrale e bellissima, ad opera di Thom Yorke, voce dei Radiohead) e di coreografie verso le quali il regista ha grande occhio. La danza, qui, è espressione di sessualità, di trascendenza del corpo umano e porta alla luce il dolore fisico (il primo terrificante omicidio) e spirituale. In questo, il remake è fedele allo spirito dell’originale, che abbracciava il fantastico e il metafisico per trasportarci in un incubo mortale; nel microcosmo della scuola ci sono sì esseri “diversi”, ma stavolta il bene e il male non esistono. Non ci sono le streghe “fiabesche” dell’originale (non a caso, Argento s’ispirò ai cartoni Disney, come dimostrano gli occhi della strega durante il primo storico omicidio, gli stessi occhi di Malefica, da La bella addormentata nel bosco), ma degli esseri che, sì, forse portano il male sulla Terra e soggiogano gli umani (la polizia, ad esempio, è totalmente impotente), ma sono pur sempre umane, queste “streghe”, capaci di provare sentimenti, come l’amore.

Amore, un tema fisso per Guadagnino, la benzina del cuore umano, l’opposto della Morte, ma con la quale condivide lo svolgersi degli eventi. Quell’amore che intacca l’esistenza di Madame Blanc (Tilda Swinton) la prediletta insegnante della scuola, figura misteriosa, terrificante e compassionevole, che instaura un rapporto con Susie Bannion (Johnson) intenso e sessuale: la prima studia la seconda, le insegna come muoversi in quel microcosmo, restando di stucco dinanzi allo sprigionarsi di “maturità” della ragazza, fintanto che tra le due sboccia un amore delicato e quasi commovente, perché contrastato da “divisioni esterne” (la strega madre, Helena Markos).

L’amore non riguarda solo le due, ma anche il dott. Klemperer, psicologo che indaga su quel male nascosto agli occhi di tutti e che sarà testimone del manifestarsi di quel fantastico che, da uomo di scienza, ha sempre rifiutato (altro tocco argentiano). Facendo presa sul senso di colpa per un caro perduto, Guadagnino mostra il lato oscuro dell’amore: quello del rimpianto.

Esso diviene sì liberazione dell’anima dal corpo fisico (tramite la danza e la magia), ma anche trappola della vita stessa (la solitudine, l’abbandono), creando anche vittime che non meriterebbero ulteriori sofferenze (quali il nazismo, visto il periodo e gli sviluppi di trama … o la semplice esistenza).

E in questo insieme (delirante) di (strambe, forse) idee, vi è un messaggio meta-cinematografico verso lo spettatore e il cinema stesso: nel marasma di divisioni politiche e sociali (umane e non), arriva sempre, prima o poi, il nuovo che spazza via il vecchio, per reincarnarsi in esso e (forse) migliorarlo, per il domani che verrà. Ne è d’esempio lo scoppiettante e pazzo finale, che può citare la miglior tradizione horror degli anni ’80, tra costumi sgargianti, colori allucinanti, montaggio ipnotico ed effetti speciali artigianali maestosi, che possono ricordare più maestri e film del genere (Society- The Horror di Bryan YuznaFrom Beyond di Stuart Gordon, La Mosca di David Cronenberg), ma con lo spirito di un Nuovo Cinema, che ha imparato la lezione e che potrà portarla avanti per gli spettatori del futuro (strizzando l’occhio a quelli del passato), con delicatezza, rispetto e coraggio (che tanto manca al cinema d’oggi). Su questo, Guadagnino si potrebbe avvicinare all’idea base di Nicolas Winding Refn per il suo The Neon Demon: un’opera dell’orrore che distrugge l’orrore dall’interno, prende in giro chi guarda e ci regala qualcosa di mai visto. O se già visto, con un’anima nuova. Più pura.

Atmosfere in bilico tra tensione costante e profondo dramma umano, confezione di lusso e prove d’attrici di classe, tra una Johnson finalmente in un bel ruolo, un bel cameo di Jessica (Susy Benner) Harper e una Swinton che, guidata dall’ottimo make-up, muta forma (e sesso) per ben TRE personaggi (sta a voi scoprirli, se non si ha già bazzicato il web) e merita solo applausi scroscianti.

Troppo presto per gridare al Capolavoro?

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