Suspiria

5 gennaio, 2019   |  

Come si fa a commentare un film che reputi un capolavoro? È difficile combattere con il timore di non rendergli abbastanza giustizia.  Per un secondo, tralasciamo l’aspetto tecnico delle inquadrature perfette, del cast emozionante e dell’illuminazione studiata in ogni particolare. Per ora concentriamoci sul dire che Suspiria di Luca Guadagnino non è un semplice horror, anzi, forse non lo è proprio per niente. Sminuirlo a horror sarebbe estremamente sbagliato per tutti i temi che vengono toccati, quindi se state leggendo questo articolo perché siete curiosi di andare al cinema a vedere scene splatter e jumpscare, fermatevi qua e cambiate film per la vostra serata.

Suspiria, quello del 1977 di Dario Argento, è entrato a far parte del mondo dei film cult per i tecnicismi di ripresa innovativi sotto ogni aspetto. Il Primo Gennaio del 2019 esce nelle sale italiane il suo remake, che poi remake proprio non è, quasi come un augurio di buon anno che ogni spettatore dovrà per forza apprezzare. Un omaggio alla pellicola argentiana da parte di Luca Guadagnino che crea da delle basi solide un film nuovo, a sé stante. Ma perché andare a toccare un film così ben riuscito come quello di Argento? La risposta sta in un’ossessione del regista per quel film- per la locandina, per essere precisi- che quando era bambino lo ha fatto appassionare al mondo del cinema. Da questo episodio è nato il desiderio di studiarlo il più possibile, fino ad arrivare a crearne un remake.  La storia è molto semplice, famosa in tutto il mondo: una ragazza americana, Susie, entra a far parte di una scuola di danza in Germania che però si scopre essere diretta da streghe che uccidono in modo orribile le loro alunne. Guadagnino però va oltre. Inserisce sei atti e un epilogo in una cornice storica-sociale come quella della Germania del 1977 con la Banda Bader-Meinhoff, incorpando il tutto e rendendo la storia all’interno della scuola una metafora straordinaria della vita all’esterno.

È la ricerca di una nuova ragazza per rendere immortale la madre Elma Markos fino a trovare Susie, la prescelta, la “strega buona”, la Madre Suspiriorum che fin dalla sua nascita era considerata “il peccato più grande che ho commesso in questa vita” dalla propria mamma sul letto di morte, l’unica ragazza a non essere turbata dai sogni raccapriccianti che le streghe le infondevano durante il sonno, l’unica che tra le streghe può cambiare la situazione e riportare una pace plasmata con la bontà e non con le sofferenze e la cattiveria. Un’enorme metafora di una speranza per un popolo distrutto, stanco, terrorizzato. Una speranza anche per il Dottor Josef Klemperer di trovare la pace interiore, superare la morte della moglie, una pace che otterrà solo grazie a Susie, o Madre Suspiriourum.  Il film è profondo, complesso e pluritematico. Così come l’aspetto storico, viene toccato anche il tema della femminilità.

 

Suspiria è un film di sole donne, perfino l’unico personaggio maschio di rilievo è interpretato da un’attrice, la meravigliosa Tilda Swinton nei panni sia della coreografa, sia del Dottor Klemperer, sia della spaventosa Elma Markos, tre interpretazioni maestose per un talento innegabile. La figura della donna è messa al primo posto. Comportamenti materni nei confronti delle allieve, balli erotici per esaltare la sensualità femminile e infine il focus principale, cioè quello dell’importanza del ruolo di “Madre”, anticipato al pubblico nella prima scena per mezzo di un quadretto appeso in una casa di campagna che reca scritto “una Madre è colei che può sostituire tutti ma non può essere sostituita”. Suspiria è decisamente un insieme di tematiche legate una all’altra e incastonate in 2 ore e 32 minuti di film.  Non potevano ovviamente mancare gli omaggi al proprio predecessore; si può notare infatti il cameo di Jessica Harper, la vera Susie, quella che 42 anni fa ha lottato contro le prime streghe di Suspiria. Nei panni della moglie ormai defunta del Dottor Klemperer, la Harper ci regala poche battute servite in onore di Dario Argento.  Ciò che invece manca del tutto rispetto al ‘77 sono quei colori saturi propri del cinema anni ‘80. Ricreare il film come fotocopia del primo l’avrebbe solo reso più brutto, decisamente migliore la scelta adottata del regista di eliminare quei colori innaturali e rendere il tutto più realistico, affinché le scene soprannaturali fossero esaltate ancora di più.

Proprio in una di queste scene Dakota Johnson, attrice protagonista, ci regala il meglio di sè finendo perfino in ospedale… e purtroppo nella realtà. La scena in cui i movimenti di Susie vengono collegati per mezzo di un maleficio a quello di Olga ha fatto davvero soffrire l’attrice che si è stirata un muscolo della schiena finendo in ospedale subito dopo aver finito di girare la scena. Insomma, non solo la Swinton è riuscita a interpretare tre personaggi diversi, ma pure la Johnson si è perfettamente calata nella parte.  Con anche l’aggiunta di una scena post-credit difficile da interpretare ma che ci anticipa qualcosa di stupendo, Guadagnino ha forgiato un’altra perla del cinema italiano, un capolavoro che chiede di essere analizzato, studiato e guardato più volte, un film che arricchisce e che ha qualcosa di semplicemente geniale.

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