Stanlio e Ollio

2 Maggio, 2019   |  

Girare biopic può sembrare facile: prendi un personaggio famoso, costruisci una storia inutilmente melensa e/o drammatica, infarcisci tutto di flashback e l’approvazione istantanea la si ottiene subito (dal pubblico più ingenuo).

Tra le pellicole discutibili c’è qualche perla indimenticabile: chi ricorda un certo Amadeus (1981) di Milòs Forman (sulla vita di Mozart) che vinse 8 Oscar? Meravigliosi anche le pellicole su Charlie Chaplin (Charlot, 1993, con uno straordinario Robert Downey Jr. in fase pre-Marvel) e sul bizzarro comico Andy Kaufman (The Man on the Moon, 1999, sempre di Forman, una delle migliori performance di Jim Carrey), che hanno avuto il pregio di accantonare lacrime facili per esplorare i personaggi: il Chaplin/Downey Jr. veniva analizzato come persona ricca di difetti (il rapporto altalenante con le molteplici partner), ma anche di straordinaria creatività e spirito sovversivo contro una società ottusa e critica come quella americana (ricordiamo che fu cacciato dal governo in “epoca maccartista” per sospetto di vicinanze comuniste); Kaufman/Carrey, invece, appariva come un artista a tutto tondo, voglioso di stupire il pubblico anche a costo di farsi odiare, rimanendo incompreso fino alla fine e beffato dalla vita stessa (morì di cancro ai polmoni, nonostante non abbia mai fumato).

Il regista Jon S. Baird ha preso la lezione di questi film per STANLIO & OLLIO, opera biografico sulla coppia comica più importante della storia del cinema, evitando le trappole dei peggiori biopic. Invece di mostrare la nascita del duo e soffermarsi su dettagli inutili o che la storia ci ha già detto (e che possiamo ricordare, grazie a questo film), fa partire la storia dal 1937, agli albori del successo dei due artisti legati da grande affiatamento; i primi minuti sono messi in scena con dovizia incredibile, la macchina da presa segue i due con un piano sequenza impressionante, mostrando anche i retroscena dei set hollywoodiani di un cinema scarno dei mezzi moderni ma più ricco di inventiva (per quanto liti e tensioni siano stabili in quel mondo). Subito si passa ai primi anni ’50, il periodo buio della coppia, reduce dall’insuccesso dell’ultimo film (Atollo K) e da gravi problemi di salute dovuti all’età avanzata. La macchina da presa si stabilizza e Baird non eccede in movimenti arditi o sorprese visive, ma mantiene l’immagine più quadrata possibile: sembra di tornare in quegli anni, al quel modo di girare, ad una regia che “c’è ma non si vede”, più “saggia”.

La fotografia di Laurie Rose è piena di toni caldi ma mai invasivi, la musica di Rolfe Kent re-arrangia il tema storico del duo senza eccedere sul fattore “emotivo”, facendo da equilibrato accompagnamento al tutto.

I migliori complimenti vanno (anche) alla sceneggiatura di Jeff Pope (suo lo script de Philomena di Stephen Frears), decisa a non “elogiare” i protagonisti ma a metterli a nudo. Entrambi hanno talento, fanno sempre ridere, ma in fondo sono sempre umani e dunque difettosi: Stan esce da un periodo di alcolismo e soffre di diabete, Oliver è visibilmente ingrassato e malato di cuore. Le condizioni fisiche vanno a peggiorare e a lacerarne i rapporti, minati in passato da divergenze lavorative (si divisero brevemente per contratti scaduti e rinnovi malsani con la 20th Century Fox, creatrice dei loro film sempre peggiori); l’età sembra averli minati pesantemente e per quanto abbiano ancora voglia di divertirsi e creare (Stan Laurel era intento a scrivere la sceneggiatura per un probabile Robin Hood comico, mai realizzato), sono schiaffeggiati brutalmente dal destino. Il tempo è passato, il pubblico è cambiato, vuole volti nuovi e abitudini nuove (la televisione al posto del cinema), tanto che i due sono costretti dal loro impresario (Bernard Delfont) a partecipare a pubblicità televisive pur di ricatturare l’attenzione; i risultati arrivano e la gente pare ricordarli, ma i lati più oscuri vengono fuori insieme a vecchie ferite ancora aperte: i due si accusano a vicenda, rigettandosi in faccia le debolezze reciproche e gli acciacchi echeggiano potenti, soprattutto su Oliver. Nonostante tutto, il candore che li lega pare non volerli abbandonare e ne esce fuori così un racconto intimo e umano di due persone, l’uno specchio dell’altro, due fratelli di sangue profondamente “innamorati” e incapaci di lasciarsi: due anime gemelle destinate a cavalcare le scene fino alla fine, in barba al tempo e ai corpi in disfacimento.

Due eterni bambini distaccati da un mondo troppo distratto dall’egoismo umano.

Non mancano punture al mondo dello spettacolo, incapace di apprezzare il vero valore degli artisti che crea e “schiavo” di una macchina economica che crea e divora persone, tirandone fuori anche il peggio (Oliver Hardy era scommettitore di cavalli); non sfugge anche il rapporto freddo tra le mogli dei due (Ida Kitaeva Laurel e Lucille Hardy), segno premonitore del bilico sul quale camminano i mariti.

Ma motivo d’interesse della pellicola sono loro, Stanlio e Ollio, immortali come ombre impossibili da dissolvere (vedasi il commovente finale) e interpretati da due perfetti “cloni”: un bravissimo Steve Cooger/Stanlio e un magnifico John C. Reilly, irriconoscibile sotto il “costume da Ollio” (ottimo lavoro di make-up), capace di raffigurare la simpatia del “gigante bambino” e i limiti di salute che una stazza così obesa deve subire.

Un film che non eccede in sotto-testi, con una storia ridotta all’osso e attenta a trasmettere le giuste emozioni con la semplicità, divertendo e facendo riflettere tutti, anche i bambini, veri fan della coppia. Quei bambini che, come diceva Ollio, siamo tutti, anche noi adulti.

Biopic riuscito. 

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