Ritorno al bosco dei 100 acri

5 settembre, 2018   |  

Christopher Robin sta andando. Dove non si sa”.

È una delle prime frasi che ascoltiamo in Ritorno al bosco dei 100 acri, il nuovo film Disney che porta sul grande schermo i personaggi dell’autore inglese A.A. Milne. 

Le storie di Milne sostengono il valore di un’immaginazione sana e rappresentano un periodo della nostra vita in cui dobbiamo dire addio alla nostra infanzia, al tempo libero, alla protezione che riceviamo da nostra madre. In uno dei suoi racconti, La strada di Puh, Christopher Robin comunica a Pooh che dovrà andare in collegio e, quindi, la sua vita non potrà più ruotare intorno a frivole avventure perché è giunto il momento di crescere e diventare più seri. È proprio questo momento dolce e amaro, raccontato nel libro di Milne, ad aver ispirato una storia completamente nuova e ad aver reso possibile il film di Marc Forster.

Una storia interpretata da personaggi classici, ma ambientata dopo tanti anni da quando si erano salutati nel Bosco dei 100 Acri.

La semplicità dei personaggi di Milne ha un impatto immediato sui bambini e le loro imperfezioni comunicano calore, affetto, gentilezza e la sensazione di un forte legame fra loro, specialmente con Pooh. 

I temi estremamente familiari, come quello delle responsabilità dell’età adulta che ci allontanano dalla spensieratezza della nostra giovinezza, mentre cerchiamo di riconquistare ciò che abbiamo lasciato alle spalle. 

Winnie the Pooh, che spesso esterna riflessioni profonde come Dicono che niente sia impossibile, ma niente io lo faccio sempre, diventa un mezzo attraverso il quale Christopher Robin ritrova se stesso e ricorda le cose che hanno davvero valore, ma che possono ancora far parte della sua vita di adulto. 

Pooh è il veicolo perfetto perché attraverso la sua immagine, il suo atteggiamento e la sua personalità, incarna il piacere di stare insieme alle persone cui si vuole bene, senza essere distratti da ciò che conta meno.

Christopher Robin è oppresso dal peso delle responsabilità, dal senso del dovere. 

Non sorride più, non ride, non sogna. 

Cerca di stabilire un legame con la moglie Evelyn e sua figlia Madeline, ma non riesce più a entrare in contatto con se stesso.

Tu sei il nostro eroe”, gli dice Pooh.

No, non lo sono Pooh. Mi sono smarrito

Ma io ti ho ritrovato”, gli risponde l’orsetto.

Deve esserci il ritorno. 

Quello di Christopher, ma anche un po’ quello di ciascuno di noi.

Un ritorno al dolce far niente. Alle cose piccole, pure e sincere. 

Quelle realmente importanti. Agli affetti. A casa.

Perché, come dice Pooh, “Il dolce far niente spesso porta alle cose più belle”.

E per Christopher il bosco dei 100 acri è casa.

Pooh è l’unico che riesce ancora a vedere in un signore di mezza età stakanovista il suo piccolo Christopher Robin, antico compagno di avventure. 

Ed è l’unico in grado di ricordargli che un palloncino rosso vale più di una ventiquattrore piena di documenti contabili.

Una storia, secondo il regista, che non è mai stata così importante quanto ora. “Credo sia qualcosa di cui il mondo ha disperatamente bisogno”, dice. “A tutti farebbe bene ascoltare il cuore e la saggezza di Pooh, in questo momento”.

Forster, anche regista di Neverland, cui il richiamo è inevitabile, utilizza una buona misura di realismo magico per creare un universo in cui tutto diventa possibile. 

Il risultato è davvero un’atmosfera incantata. 

L’animazione, i costumi e le scenografie sono impeccabili, come, d’altronde, la recitazione di Ewan McGregor nei panni di Christopher Robin. 

Una narrazione di impianto fiabesco, ma che cela un messaggio più profondo e di straordinaria attualità: se non ci si concede il tempo libero necessario allo svago, agli affetti e alle cose realmente importanti, si rischia di perdere se stessi. 

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