Revenge

10 settembre, 2018   |  

Entusiasmante sotto tutti i punti di vista, “Revenge”, sembra quasi un esperimento sociale dato in pasto all’umanità social pronta a scannarsi per una visione divergente. Sapienti inquadrature, e campi lunghi a metà tra il documentaristico e il cinematografico conferiscono maggiore veridicità e immedesimazione nella visione.

Richard uomo infedele, manipolatore, egoista, insoddisfatto, organizza l’abituale battuta di caccia in una riserva in mezzo al deserto, alla quale si arriva per via aerea, con la sua amante, Jennifer, una bella ed ammaliante ragazza desiderosa di cambiare la sua vita. Ai due si aggiungono gli amici di sempre: Stan e Dimitri.

Dalle prime battute dopo l’arrivo dei due si intuisce quale sarà il clima del film: la mela già morsa che via via marcisce, citazione della discordia tra le tre dee che ambiscono al titolo de “la più bella” in una dinamica tutta al maschile a cui fa da sfondo un’invidia e una gelosia nel sostrato della sudditanza dei due uomini al leader del gruppo Richard, detentore della mela: Jen, la personificazione di tutto quello che Richard ha e a cui Stan e Dimitri ambiscono. Alla tv l’incontro di wrestling un po’ suggerisce, un po’ preannuncia ciò che sta accadendo nell’animo dei tre. Mentre Richard si allontana per delle commissioni, Stan convinto di piacere a Jen, prova ad approcciarla, ma non soddisfatto dal rifiuto ricevuto, la violenta, appoggiato dal silenzio/assenso di Dimitri. Richard rimprovera Stan, anche se viene dato poco spazio alla scena, ciò permette allo spettatore uno spazio per delle supposizioni che non tarderanno ad arrivare nelle scene successive. La donna viene ingannata e spinta, dopo un tentativo di fuga, in una scarpata. I tre, decisi a far passare tutto sotto silenzio, si recano nel luogo del delitto e non rinvenendo il cadavere danno il via ad una caccia su due fronti.

 

Durante la prima parte del film sembra ci si trovi nel cuore della misoginia, nel deserto claustrofobico della solitudine in cui la donna versa negli ultimi tempi, che è però, in realtà, una condizione di genere che persiste nel sostrato della coscienza al maschile. Il focus però volutamente si sposta da questa disamina cruda e rassegnata fino a superarla del tutto. La violenza e il tentato omicidio si allontanano per diventare solo un pretesto che dà forza emotiva alla storia prendendo le distanze da un’aura di impotenza che aleggia sulle questioni di genere. Questo, non solo offre un punto di vista diverso, ma va a scuotere entrambi i mondi del maschile e del femminile per poi appianarli. Il film d’altra parte sembra prendere le distanze da una contemporanea pretesa di moralizzazione o “evangelizzazione”, quando non è sensibilizzazione, perché ciò a cui assistiamo successivamente è una vera e propria battuta di caccia uomo contro uomo all’insegna del “che vinca il più forte” nella quale una donna all’apparenza ingenua, fa di necessità virtù evolvendosi da preda a cacciatore. I personaggi immersi nel silenzio che viene valorizzato dalle musiche assurde e psichedeliche offrono di sé una prospettiva macro agghiacciante, forti con il debole, deboli con il forte e totalmente dipendenti da Richard che fa da capobranco. Ciò che viene mostrato è una lotta alla sopravvivenza a tutti i costi col presupposto ovvio della vittoria del maschile sul femminile basato su superiorità numerica e forza, con l’ausilio, inoltre, di armi e mezzi, che sembra abbastanza ridicolo, se si pensa che la preda è una donna seminuda, scalza e gravemente ferita, condannata a morte certa. Ciò è indicativo della forza che troppo spesso il femminile è inconsapevole di avere. La luna, onnipresente nel film, altra metafora del femminile e le visioni date dal peyote che ancora sembrano mostrare simbolicamente, sottoforma di animali, la natura celata dei personaggi.

 

Riflessioni in merito: la pesca col coltello non è mai stata così piacevole e soddisfacente, vedere per credere. Stavolta (si spera) nessuno potrà dire che sia stata la donna ad essersela andata a cercare.

Bibi Morgen.

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