Quello che non uccide

5 novembre, 2018   |  

Quello che Non Uccide è il nuovo film di Fede Alvarez e tutto d’un tratto le azioni pericolose e al cardiopalma di Lisbeth Salander vengono trasportate dalle pagine di un libro a una pellicola cinematografica.
Tratto dall’omonimo romanzo di David Lagercranz, Quello che Non Uccide trasforma la protagonista in una campionessa di acrobazie degne di un film d’azione. Novità per questo capitolo è proprio il desiderio del regista di dare maggiore importanza agli effetti speciali rispetto alla drammaticità della trama. Se nel primo film, Uomini che Odiano le Donne, diretto da Niels Arden Oplev, la morale e i soprusi ottengono la priorità sulle scene di combattimento, in Quello che Non Uccide troviamo l’esatto opposto. Il dramma si mischia con l’azione, ma sono poche le scene in cui vengono mostrate le vendette della protagonista, la “donna che punisce gli uomini che odiano le donne”. Questo nuovo adattamento del romanzo porta il film ad avere un debole impatto sul pubblico riguardo al tema caratterizzante della trilogia Millennium: la violenza sulle donne. Se nel 2011, dopo aver visto il primo film di Oplev il pubblico usciva dalle sale con un nodo alla gola e ancora scosso per le crude immagini proiettate sul grande schermo, ora sembra che l’aspetto della pura violenza sia quasi stato messo da parte per lasciare spazio a esplosioni e inseguimenti in macchina.

 

Nonostante la rappresentazione molto diversa da quello che ci potevamo aspettare, il nuovo film di Millennium rimane fedele a un filone utilizzato precedentemente. Anche in questo film la protagonista mostra il suo carattere deciso, stabilendo la figura della donna forte e contro gli stereotipi di genere, introducendo anche un altro personaggio femminile di grande impatto: la sorella Camilla, anch’essa spietata e pericolosa. Per tutto il film le due donne formano un particolare parallelismo tra il presente e il passato, fatto di dettagli che la telecamera riesce a catturare in modo molto velato.

Come costante rimane l’ambientazione. Campi lunghi su Stoccolma, paesaggi innevati e quel costante senso di malinconia proprio del clima rigido dei Paesi nordici, tutte caratteristiche che aiutano a inserire il dramma all’interno del film.
Colori poco saturi, come da tradizione, che in qualche modo fungono da metafora per la freddezza e l’apatia dell’animo umano che è in grado di compiere atrocità.

Per gli amanti della trilogia Millennium, si ha di nuovo un buon motivo per tornare al cinema; rivedere Lisbeth e la sua giustizia privata non può che far piacere in ogni occasione.

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