Quello che i social non dicono

17 Aprile, 2019   |  

Entro in sala con la consapevolezza di imparare qualcosa di nuovo, come ogni volta che si guarda un documentario, eppure questa volta non mi limito ad apprendere nozioni nuove, ma le sento entrare e colpire il cuore. In “quello che i social non dicono” si parla proprio di questo, la parte oscura dei social network, quella che nessuno di noi conosce e che nessuno di noi si aspetterebbe. 

Apriamo Instagram, guardiamo le classiche foto di piatti elaborati accompagnati da un #foodlover e mettiamo “mi piace”. Leggiamo le notizie condivise su Facebook, uno sguardo al nuovo video di una canzone su YouTube e diciamo la nostra su Twitter, tutto sembra fermarsi lì. In realtà c’è molto altro e in questo documentario i segreti più macabri, tremendi e orribili vengono svelati. Si parla dei cosiddetti “Cleaners”, in italiano “moderatori”, ovvero tutte quelle persone che si occupano di ripulire il web da video, foto e notizie violente, sessualmente esplicite e inappropriate.

È un documentario che informa, senza dubbio, riesce perfettamente nel suo obiettivo, ma aggiunge anche un senso di colpa recondito nella società che in qualche modo tocca ognuno di noi. La cattiveria è ad ogni angolo della strada e in un momento storico come il nostro in cui ogni cosa viene condivisa in anteprima, è difficile pensare che nessuno di noi sia in grado di accorgersene e che questi moderatori riescano a cancellare tutto dalla nostra vista, o almeno la maggior parte di cose. Un lavoro duro, forse uno dei più difficili al mondo, che ogni giorno ti porta sotto gli occhi violenze di ogni genere, ma che rende queste persone quasi degli eroi contemporanei che si battono in tutti i modi per proteggerci da queste atrocità.

Quello che i social non dicono è un documentario che vale la pena vedere; vengono analizzati perfettamente tutti i campi in cui i moderatori lavorano, infatti oltre alle varie violenze bisogna mettere in conto la satira e le procedure che mettono in atto per comprendere quando si tratta di libertà di parola e quando si oltrepassa il limite. Apprendere e imparare da un documentario come questo è un dovere morale in un’era che descrivere come “social” è del tutto riduttivo. 

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