NOI

8 Aprile, 2019   |  

L’horror ha sempre avuto connotati politico/sociali, sfruttare la presenza di mostri e creature oscure è sempre stato un pretesto per analizzare l’essere umano: dalla mitologia della creatura Chtulhu di Howard Philip Lovercraft alle invenzioni “spiritiche” di Stephen King, fino ai mostruosi cenobiti di Clive Barker. Tutte creature che, nelle loro forme spaventose, in realtà sono specchio (e risultato) dei nostri lati più oscuri. Ovviamente, anche l’horror al cinema ha avuto lussuosi esponenti: Rosemary’s Baby di Roman Polanski sfruttava il “diavolo” per mettere alla berlina le nostre false facciate; la saga dei morti viventi del compianto George Romero più che sugli zombie si soffermava sullo stato di schiavisti e vittime dei quali tutti siamo parte; David Cronenberg, con i suoi body horrors quali Videodrome, La Mosca e eXistenZ ha analizzato il deterioramento del corpo e dell’anima umana in favore di una “nuova carne”, forse peggiore; John Carpenter, con la “Trilogia della morte” (La Cosa, Il signore del male e Il seme della follia) e col “capolavoro politico” Essi Vivono, ha immaginato la nostra fine, dei nostri ideali e dei nostri credo (religiosi e non), per mano del capitalismo, dei nostri limiti e delle nostre debolezze.

Dopo anni di stagnazione, qualche nuovo talento ha riportato un po’ d’aria fresca nel genere, tra qui Robert Eggers con The Witch, Nicholas Winding Refn con The Neon Demon e di recente Luca Guadagnino con il suo Suspiria. Alla lista di questi autori “politici”, come un fulmine a ciel sereno, si è aggiunto Jordan Peele, nato come attore ed evolutosi in sceneggiatore e regista con il pluripremiato Scappa – Get Out (Oscar 2018 alla miglior sceneggiatura) e recentemente anche in produttore (ha prodotto BlaKkKlansman di Spike Lee). È raro che un “esordiente” ottenga tanta notorietà in così poco tempo ed è facile adagiarsi sugli allori, eppure, questo signore è tornato a far parlare di sé con NOI, nelle sale da poco e già sulla bocca di pubblico e critica.

E quando un film ha qualcosa da dare, oltre al mero intrattenimento, che porti gente al cinema e soldi ai produttori è solo un piacere.

Peele ama il genere e lo dimostra già all’inizio, omaggiando lo storico Thriller di John Landis, con protagonista Michael Jakcson (siamo negli anni ’80): le prime comparse, sotto gli occhi della protagonista/bambina, sembrano zombie, come gli omonimi del videoclip. La storia prende derive “spiritiche”, con la comparsa di un’entità che cambia per sempre la vita della piccola (con un ottimo primo piano sui suoi occhi scioccati). Non si ha il tempo di assimilare lo shock che il regista ci trasporta al presente; la protagonista ora è una madre, ha marito e due figli e conduce una normale vita borghese, tra la noia e il ricordo del trauma subito. Questi cliché ci riportano all’horror anni ’70, grazie a movimenti di macchina quadrati, con l’obiettivo interessato a filmare personaggi ed eventi nel concreto, piuttosto che dimostrare vacua “forza bruta” (della quale la peggior Hollywood è memore). Complice è l’ottima fotografia di Mike Gioulakis, attenta ai colori degli ambienti, in perenne altalenarsi di toni caldi in esterni e cupi in interni. La narrazione cambia ancora e invece di soffermarsi (banalmente) sulla “mente distorta” della protagonista si affronta qualcosa di più grande: l’intera famiglia è in vacanza al mare, divisa dai vari caratteri (la figlioletta annoiata con il suo iPhone, il fratellino introverso, il papà goffo e la protagonista tesa) e nella quiete si intromette un’altra famiglia, tanto simile alla prima … i loro cloni.

Se in Get Out, Peele ci aveva sorpreso con una svolta narrativa a ¾ del film (di stampo razziale), qui è nella prima mezz’ora che si scoprono le carte e quello che sembrava un normale thriller diventa un grande omaggio all’horror vecchia scuola. I rimandi si sprecano: prima a Carpenter, per l’assedio messo in atto dai “cloni” sui protagonisti, ristretti in pochi spazi (come nella “Trilogia della morte”) e con l’uso di notevoli elementi (il figlioletto con indosso una maschera, come il Michael Myers del carpenteriano Halloween); fondamentale l’omaggio a Don Siegel e al suo cult L’invasione degli ultracorpi, per l’idea di usare delle “copie” della famiglia protagonista (come gli alieni che clonavano i personaggi in quel film), “copie” dai lineamenti umani ma totalmente mostruosi negli intenti (e nella voce, come quella della clone/protagonista) e nel desiderio di fare una strage.

Come in Get Out, il regista gioca con l’ironia per stemperare la tensione, tra battute ad effetto e sequenze grottesche durante gli omicidi: come il nostro Lucio Fulci, Peele inserisce la bomba nel genere per defragrarlo, per sorprendersi e sorprenderci, oltreché citare Landis, sia per Thriller che per Un lupo mannaro americano a Londra, in cui l’ironia si alternava a tesi massacri. Grazie all’uso ridotto del sangue (ancora il Carpenter de Halloween) e alla trascinante colonna sonora di Michael Abels, la pellicola balza da commedia a paura senza che un genere sovrasti l’altro, mantenendo l’attenzione sempre alta, non dimenticandosi di quanto sta raccontando.

E qui, il rimando più interessante, quello a George Romero: certo, i “cloni” non sono zombie (per quanto emettano versi mostruosi), ma l’intento politico non è diverso. I mostri fanno paura, ma i personaggi umani non sono tanto positivi, con tutti i loro limiti; come i migliori registi horror, Peele ha capito che il bene e male non si dividono, ma sono un insieme dei personaggi stessi e per quanto si possa tifare per gli “eroi” essi non saranno mai del tutto salvabili.

Proseguendo, la critica sociale si fa sentire: i mostri non hanno tanto torto a fare ciò che fanno, essi rispecchiano il mito di Frankenstein, del proletario esiliato forzatamente ai margini della società; sono simbolo dei reietti che fanno avanzare il mondo verso il “progresso” e ne fanno godere a una sola cerchia ristretta: i borghesi. E borghese è la protagonista con la sua famiglia, come lo sono i loro amici annoiati e antipatici (oltreché stupidi); nel finale, la poetica romeriana si staglia potente sullo schermo e il regista mostra i propri “cloni/zombie” per quello che sono: “sfortunati” desiderosi di ribaltare un mondo che sopravvive sulla sofferenza di molti. Simili a loro.

Non senza sorprese ad effetto, con le quali bene e male si confondono ancor di più e l’autore non prende le parti di nessuno. Perché nessuno è davvero innocente.

Bella prova del cast, con Winston Duke/padre divertente e una strepitosa Lupita Nyong’o/madre, che si divide in ben due ruoli e trasmette ottimamente sia passione che terrore.

Buon Cinema horror.

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