Mirai

16 ottobre, 2018   |  

Che il cinema orientale non abbia gran mercato in Italia è cosa nota ai distributori e agli spettatori: i primi costretti a distribuzioni limitate causa timore di flop, i secondi costretti a “corse” in una manciata di cinema o al “post – recupero” in home video.

Ne è un nuovo esempio Mirai, l’ultima opera d’animazione del regista Mamoru Hosoda, costretta ad una programmazione di soli tre giorni (come quasi tutti i “cugini” anime), ma non s’intende aprire polemiche “vuote”, bensì analizzare questo bellissimo film.

L’autore si auto-cita (i ” font credits” iniziali de Summer Wars, I passaggi “fantasy” de The boy and the beast, I “piani sequenza” de Wolf Children e le gag comiche de La ragazza che saltava nel tempo) e, con il suo Studio Chizu, sorprende per un massiccio uso di colori caldi e la fluida animazione “tradizionale” unita a scenografie “tridimensionali” : i risultati sono ottimi (spettacolari gli ultimi minuti). Lo Studio Ghibli di Hayao Miyazaki ha fatto scuola e non stupirebbe se Hosoda prendesse le redini “spirituali” del maestro nipponico … eppure, fulcro della sua filmografia è la famiglia.

La sinossi riguarda il rapporto tra un bambino viziato e la sorellina neonata, ma lo svolgimento si evolve, pian piano, in un viaggio nelle radici “di sangue” tra più generazioni, con flashback e salti temporali e “spirituali”, necessari all’evoluzione del piccolo protagonista. In un mix di ironia e leggerezza, il regista, memore della propria esperienza di genitore, tratteggia perfettamente le ansie di un bimbo in età prescolare, continuamente bisognoso di dolori e sbagli per imparare ad essere una persona responsabile. La sua evoluzione ricorda quella di Pinocchio: come il burattino, il protagonista non impara, da un primo errore, ad essere migliore; deve continuare a cadere in nuove trappole (bisticci, piagnistei e dispetti), salvo poi “saltare nel tempo” (come Makoto ne La ragazza che saltava nel tempo) e nello “spazio “ per scontrarsi con “visioni” (parenti di epoche passate e future) che gli diano nuove e significative lezioni di vita.

Il messaggio di fondo non è così difficile: ad ogni azione corrisponde una conseguenza che può mutare per sempre un’esistenza; dimenticarlo vuol dire “perdersi” in un “limbo” … e quale miglior legame, se non quello con la famiglia (e con una sorella), può aiutare a ricordarci le nostre identità umane? E a diventare adulti (si spera) migliori?

 

Una piccola meraviglia che solo un bambino e un genitore esperto possono apprezzare, legata ad una narrazione semplice, ma non per questo senza profondità.

Non siamo dalle parti del capolavoro Wolf Children, ma pellicole simili andrebbero viste più spesso.

In famiglia e non.

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