L’uomo che uccise don Chisciotte

28 settembre, 2018   |  

… e dopo venticinque anni, tra fatti e disfatti … un film di TERRY GILLIAM.

È incredibile la sfortuna che L’uomo che uccise Don Chisciotte ha avuto in tutto questo tempo, quanto la pazienza e l’amore che il suo papà ha dedicato al film che più di tutti voleva realizzare.

Ed è un miracolo che un “vecchietto” ultrasettantenne sia a capo di un’operazione tanto folle quanto magica, che giochi con la macchina da presa come un bambino intelligente che tratta con riguardo il suo giocattolo preferito.

Il Cinema. E non solo.

Gilliam si autocita, nelle “sghembature” dell’obiettivo tanto care al suo cinema, nelle scenografie fiabesche e nel ribaltamento realtà/sogno de Le Avventure del barone di Munchausen, nel marciume de L’Esercito delle dodici scimmie e The Zero Theorem, nella “malattia mentale” de La leggenda del Re Pescatore e negli sbandamenti di stili e generi presenti in ogni sua pellicola.

Tra un montaggio “classico ma schizzato”, scherzi meta-cinematografici (geniale un sottotitolo “cancellato” all’inizio) e un cast ricco e affiatato, l’autore non si prende sul serio, pur sapendo di esserlo, in una società odierna dove è l’apparenza a contare, dove l’ignoranza genera profitto edonistico e non c’è più spazio per sognare. Ed ecco che Terry ci butta in colline illuminate come quelle degli spaghetti western di leoniana memoria, tra deserti e palazzi fatati degni di illustrazioni dei libri, “sporcati” da personaggi che cambiano d’abito e maschera in base al volere del burattinaio/Gilliam. La logica, man mano, va a confondersi, fino al finale, in cui si ricompone, dopo averci deriso, divertiti, disgustati, schiaffeggiati ed emozionati; è lì che si chiude un cerchio e se ne aprono altri milioni. È lì che tutti cambiano pelle, diventano pedine di un destino beffardo, in cui “principi maligni” giocano con le vite dei più deboli, “viscidi lacché” chinano il capo per ulteriore profitto, “puttane d’alto borgo” se la ridono e “addetti ai lavori” eseguono ordini, allestendo una messa in scena umiliante verso il diverso.

Don Chisciotte appunto, la star, il folle anziano (quanto il Barone di Munchausen e papà Terry), un reietto non più pazzo di un’umanità malata e autodistruttiva per suo stesso egoismo.

Per aver dimenticato la magia delle fiabe. Dei miti.

Alla squallida realtà è preferibile la follia costruttiva di questi ultimi, da trasmettere ai giovani, perché possano vivere più sani, in barba a regole imposte e fragili.

E una volta accese le luci, si esce dalla sala “storditi ma sazi” e ancora speranzosi.

Verso quella Grande Arte (la Settima) che riesce ancora a far sognare.

In barba al tempo. Alla morte. A tutto.

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