L’UFFICIALE E LA SPIA

“Voi mi chiedete di uccidere un uomo, ed io lo uccido. Poi, se salta fuori che era l’uomo sbagliato, non è colpa mia: è l’Esercito”.

È in questa citazione che si consuma il punto cruciale di J’accuse: la lotta tra la coscienza e l’obbedienza cieca, tra ciò che si sente giusto fare e ciò che viene detto, o alle volte imposto, essere giusto fare. L’ufficiale e la spia, ultimo film di Roman Polanski il cui titolo originale è per l’appunto J’accuse, ha vinto il Premio della Giuria a Venezia 76, e racconta, da un punto di vista particolare e piuttosto corrosivo, ma per questo, forse, anche più forte, l’enorme scandalo che chiuse il XIX secolo francese: l’”Affaire Dreyfus”. Giusto per contestualizzare, Alfred Dreyfus era un ufficiale di artiglieria ebreo, cosa eccezionale ed assolutamente mal vista nella Francia dell’epoca, originario di Mulhouse, in Alsazia, perduta una ventina d’anni prima rispetto ai fatti qui narrati, insieme a parte della Lorena, ad opera del Secondo Reich di Otto von Bismarck. Ciò non è da sottovalutare, in quanto è la radice di un clima politico violento e concitato, guidato anche dall’odio antisemita, degli ultimi anni del secolo. L’affaire fu un errore giudiziario riguardante il sistema di spionaggio relativo a questo periodo di tensioni internazionali, e fu basato essenzialmente su pregiudizi, prove debolissime e fasulle. Già solo la scena iniziale, che riguarda la degradazione di Dreyfus, vista in campo lungo, foriero di disumanità, spiega tutto il disprezzo gaudente da parte dell’esercito e la ferocia del popolo, di chi ha bisogno di un nemico, il tutto fedelmente ispirato all’illustrazione che ne fece Henri Meyer per Le petit journal. E allora, l’intera vicenda – dal 1894 al 1906, dall’arresto sino alla parziale riabilitazione – è narrata dal punto di vista del colonnello Georges Picquart (un efficace Jean Dujardin), ossia il capo dell’ufficio informazioni dello Stato Maggiore. Un uomo del sistema che inizia a indagare personalmente sull’affaire dapprima scoperchiando e poi ribaltando, mettendo a rischio anche se stesso nel tentativo prometeico di sottrarsi alla menzogna collettiva, oscene zone franche poste tra giustizia e ragion di Stato – a cui tutto sembra appartenere tranne che la vera ragione – per poi reiterare, orribilmente, o quantomeno in maniera inquietante, simili dinamiche di potere in un doppio finale veramente vertiginoso, anche se forse un po’ troppo breve rispetto alla perfetta costruzione fatta passo passo, in maniera lucida, geometrica e che mai fa calare la tensione, dal film. Il dramma umano di Dreyfus (monolitica l’interpretazione di Louis Garrel) diventa quindi una dimensione posta quasi del tutto in fuori campo aleggiando come fantasma della Storia che reclama una “forma visibile” nella contingenza di ogni singolo evento messo in scena. L’antisemitismo, la rabbia sociale e gli echi lugubri del Novecento europeo iniziano a materializzarsi partendo da questo scioccante fervore accusatorio, come i libri di Zola bruciati in piazza ben mostrano, o ancora dall’uso strumentale e pregiudizievole dell’opinione pubblica nell’era dei nascenti media di massa che catalizzano ogni attenzione e che dovrebbero, come, in fondo, tutto il resto del film, farci guardare attorno e farci nascere domande anche paurose, spiacevoli, ma necessarie. La chiave di volta del film non risiede solo però nelle questioni di acritica ragion di Stato, nella favola del male necessario che fa prendere le decisioni più terribili nel nome di ordini superiori eterei ma gelidi (si pensi al secolo precedente rispetto alla narrazione, dove Robespierre è esattamente l’esempio della virtù che muore per la radicalizzazione di se stessa), ma anche nello scambio breve, criptico eppur chiarissimo, tra Picquart e l’investigatore della sûreté, Desvernine (Damien Bonnard) che avviene nello statuario del Louvre, su originale, copia, verità e falsificazione, punti cardine assolutamente polanskiani della pellicola. L’opera poi può vantare anche una stupenda fotografia, diretta dal fedelissimo di Polanski Pawel Edelman, dove, oltre alla sua semplicità davvero d’impatto, si gioca ad un gioco di richiami figurativi in cui non è presente solo il sopra menzionato Meyer (citato anche in molte sue illustrazioni del processo), ma anzi, buona parte degli impressionisti; viene però qui raffreddata, nei colori, la “felicità dell’impressionismo”, da una Colazione sull’erba che non ha più la gaiezza di Manet, a varie altre opere citate, anche se con toni più spenti, quasi nature morte all’interno degli orrori di uno Stato ed un’opinione pubblica che ritiene l’esercito santo ed intoccabile per il solo fatto ad essere preposto a fare la guerra, dove si riconosce la mano di Caillebotte, Pissarro, Toulouse-Lautrec, Courbet. Particolarissimo è poi l’utilizzo delle musiche nel film, in quanto musiche che non siano diegetiche (e vi sono molte scene con questa caratteristica) vengono utilizzate solo nei momenti più importanti o potenti del film, dando in tal modo l’impressione di un forte realismo, dove incide la pesantezza dei silenzi, e di una grande portata emotiva. Il grande storico francese Marc Bloch, nella sua ultima opera, parlando dei falsi storici, cita anche il caso Dreyfus, dicendo che per sua natura la frode genera la frode, e che solo in apparenza tali menzogne si possano reggere a vicenda. A ciò, potrebbero accodarsi le parole di Émile Zola nel testo J’accuse, da cui il film trae il suo titolo: “Sì! assistiamo a questo spettacolo infame e cioè che si proclama l’innocenza di individui carichi di debiti e di reati, mentre si colpisce l’onore stesso, ossia un uomo dalla vita integerrima! Quando una società arriva a tanto, cade in decomposizione. […] Quanto alla gente che accuso, non li conosco, non li ho mai visti, non ho contro di loro né rancore né odio. Sono per me solo entità, spiriti di malcostume sociale. E l’atto che io compio non è che un mezzo rivoluzionario per accelerare l’esplosione della verità e della giustizia. Ho soltanto una passione, quella della luce, in nome dell’umanità che ha tanto sofferto e che ha diritto alla felicità. La mia protesta infiammata non è che il grido della mia anima. Che si osi dunque portarmi in assise e che l’indagine abbia luogo al più presto. Io aspetto”.

Claudio Fabbroni

Scenografo, produttore, fotografo e caratterista: tutte cose che non sono. Classe ‘99, dicono io sia studente di Filosofia e sceneggiatore e regista a tempo perso. Ho fatto parte della giuria per l'assegnazione del premio "Leoncino d'Oro" alla 75a Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, scritto e diretto qualche opera low budget e lavorato su vari set. Amo Woody Allen, Jacques Tati e Groucho Marx. Odio la critica, le recensioni, l'incoerenza e l'umorismo. claudiofabbroni22@gmail.com

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