La prima notte del giudizio

9 luglio, 2018   |  
“La notte del giudizio”, ormai divenuta una saga con un discreto seguito, ha portato con sé una grande novità. Difficilmente, infatti, potreste ricordarvi di un film appartenente al genere horror, che miscela sapientemente tematiche politiche e sociali con una sana ed abbondante dose di massacri e sangue, di cui il grande pubblico sembra sempre insaziabile. L’ evento alla base della sceneggiatura è “lo Sfogo” la cui spiegazione è di una semplicità tanto pura quanto cruda: tutti i crimini sono concessi per 12 ore all’anno. La notte in cui nulla è escluso, dove la paura corruga gli animi dei più deboli e nutre di malvagità quelli dei più forti.
Arrivati ormai al quarto capitolo di questo noto ed apprezzato franchise, si tenta, con una retromarcia inaspettata (dopo la svolta più politicista di Election Day) di riportare la storia alle sue origini, ovvero a quando l’America, con i suoi Nuovi Padri Fondatori, avvia il processo di istituzione di questo giorno, Il giorno del giudizio. Al fine di capire se “lo Sfogo” possa in qualche modo ridurre il crimine nei restanti 364 giorni e mezzo dell’anno, decidono di sperimentare questa singolare “terapia sociale”, a Staten Island. Ci sono due opzioni: rimanere per sopravvivere, da vittima o carnefice, per avere in cambio un premio in denaro, o partire prima che faccia buio. Inutile dire che la proposta, si trasforma in una occasione ghiotta per le persone più povere, che vedono queste ore come quelle del riscatto di una vita o dell’ opportunità ideale per la vendetta perfetta.
Il sogno americano, passando dall’incubo più atroce.
“La prima notte del giudizio” è sicuramente il film più pragmatico dei quattro, soprattutto perché mette al centro il tema del problema razziale, di cui ci viene narrato un background credibile ma allo stesso tempo fin troppo stereotipato. Attenzione, non si sta parlando di qualcosa di tedioso, anzi; con l’occhio rivolto alla storia più recente si rende la visione più interessante dando spazio ad alcune riflessioni e/o domande rivolte alla real life. Tutto questo va al di là dello spettacolo, che ancora una volta è protagonista assoluto, con una violenza, che dal primo film è andata sempre in crescendo, toccando qui, l’apice della efferatezza con una furia a tratti inedita e gustosamente insopportabile. Nonostante la moltitudine di spunti di riflessione, su razzismo, lotta di classe e capitalismo, l’amalgama di questi elementi, non è mai riuscita a diventare qualcosa di portante rispetto a tutto il resto; il macabro show, a cui, impotenti ed incuriositi, ci troviamo ad assistere. Il regista cerca la giusta commistione tra realtà e finzione, riuscendo a provocare indignazione e riflessione, allo stesso tempo. Un tentativo ammirevole, che però spesso scivola nei facili clichè e in piccoli déjà-vu, che, al quarto film, sono abbastanza perdonabili. La regia dinamica, che riesce a tenere sempre alto il ritmo dell’azione, mette a fuoco, allo stesso tempo, il senso di disagio, del terrore e della rabbia che arrivano allo spettatore, come un pugno dritto allo stomaco. Le decenti prove attoriali convincono (su tutti citiamo il premio Oscar, Marisa Tomei) e mettono il fiocchetto rosso sangue, a un film che sicuramente poteva osare di più ma che funziona senza esagerazioni, lasciando allo spettatore il compito di riordinare i pezzi di un puzzle che si riesce a completare facilmente, tenendo chiaramente presente che la violenza ed il crimine brutale ed immotivato, non possono rappresentare la soluzione ai problemi sociali di un paese.
…O forse si?

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