La diseducazione di Cameron Post

29 ottobre, 2018   |  

Recensione in anteprima – Roma 13 – Selezione ufficiale 

La diseducazione di Cameron Post della regista newyorkese di origini iraniane, Desiree Akhavan, ha vinto l’ultimo Sundance Film Festival, consacrando la protagonista Chloë Grace Moretz come una delle migliori attrici del cinema americano oggi. In sala a partire dal 31 ottobre.

Tratto dall’omonimo romanzo di culto di Emily M. Danforth (in uscita in Italia per Rizzoli il 23 ottobre), il film è ambientato in una cittadina del Montana, nel 1993.

Quando viene sorpresa a baciarsi con una ragazza durante il ballo della scuola, la giovane Cameron Post, studentessa di liceo, viene spedita in un centro religioso, God’s Promise, in cui una terapia di conversione dovrebbe “guarirla” dall’omosessualità e, quindi, “diseducarla”. Insofferente alla disciplina e ai dubbi metodi del centro, Cameron stringe amicizia con altri ragazzi, finendo per ricreare una piccola comunità. 

Il best seller omonimo di Emily Danforth, da cui è tratto il secondo lungometraggio di Desiree Akhavan, ha svelato l’esistenza di realtà “educative” che mettono in pratica le cosiddette “terapie di conversione”, tollerate dalle autorità statunitensi.

Nel film, infatti, gli ospiti del centro, adolescenti attratti da persone del loro stesso sesso, vengono “diseducati” partendo dal presupposto che essere gay sia peccato.

Particolarmente gradite alle frange più conservatrici delle diverse fedi religiose, le terapie di conversione si basano sulla convinzione che si nasca tutti eterosessuali e che l’omosessualità sia indotta da condizionamenti ambientali o da traumi familiari. Coloro che usano le terapie riparative attuano diversi metodi che, secondo loro, possono favorire un ritorno all’eterosessualità o, se non altro, possono permettere alle persone omosessuali di controllare il desiderio erotico. All’interno del filone riparativo rientrano, tra le altre, la psicoterapia (sebbene siano pratiche rifiutate dalle organizzazioni degli psicologi e psicoterapeuti), la preghiera collettiva e il counseling pastorale.

Si tratta di tecniche non invasive fisicamente, ma profondamente a livello psicologico e che trovano la loro applicazione più cruenta, appunto, nei cosiddetti campi di rieducazione per adolescenti, strutture in cui ragazzi e ragazze vengono rinchiusi con il consenso dei genitori e sottoposti a durissimi regimi terapeutici.

Le persone che vengono sottoposte a queste presunte cure sono per lo più adolescenti ancora alla ricerca e alla scoperta di se stessi e i cui genitori non ne accettano l’omosessualità, o, ancora, adulti che magari non sono mai riusciti a superare il profondo senso di colpa per non essere come la società che li circonda vorrebbe che fossero.

Inutile soffermarsi, quindi, sulle conseguenze e sui traumi di pratiche simili.

La regista americana, dopo il successo del suo primo lungometraggio, Appropriate Behavior, ha voluto fortemente raccontare ciò che aveva letto nell’opera, all’epoca non ancora pubblicata, di Emily Danforth: “C’era qualcosa di davvero speciale nel libro”, ha affermato, “era ricco di ironia e aveva un gruppo di giovani personaggi ben delineati. Ognuno di loro finisce al centro di conversione per motivi diversi e ognuno reagisce alla situazione in modo diverso”.

Ha, poi, anche aggiunto: “Mi è piaciuto raccontare una storia ambientata in un centro di riabilitazione, il cui obiettivo è sempre farti stare meglio: ma cosa vuol dire esattamente stare meglio? È in realtà qualcosa che cambia da persona a persona. E nel caso del centro God’s Promise, come è possibile per Cameron stare meglio se non può to pray away the gay, come recita il classico slogan di questi campi religiosi? Questo è stato il nostro punto di partenza”.

Inoltre, la Akhavan era spinta da una motivazione in più: avrebbe potuto attingere alla sua personale esperienza in un centro di riabilitazione, in cui era stata quando aveva vent’anni, per curare un disturbo del comportamento alimentare.

La diseducazione di Cameron Post, vincitore del Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival, nonostante il tema delicato e il contesto piuttosto drammatico, non è affatto una tragedia: la narrazione e i personaggi sono addolciti e stemperati con acuta ironia, la stessa che Cameron e due suoi amici all’interno del campo riescono a mantenere di fronte alle difficoltà.

Cameron possiede, infatti, una forte consapevolezza di sé. Non nega la propria omosessualità, né se ne vergogna; sa di essere finita a God’s Promise semplicemente perché è stata scoperta e non perché abbia fatto qualcosa di sbagliato. Quindi, sin dall’inizio ha cognizione di cosa le stia accadendo e, nonostante sia finita in una situazione orribile, non si chiude ma cerca comunque di rimanere fedele a se stessa.

La diseducazione di Cameron Post è un film positivo, che non vuole impartire lezioni di alcun tipo: nella sua poetica semplicità mostra la bellezza dei rapporti che si creano tra i ragazzi del centro, che, finalmente, conoscono altri omosessuali come loro e, per la prima volta, capiscono davvero di non essere soli.

Chloë Grace Moretz, bravissima e perfettamente in parte, con naturalezza e senza forzature riesce a farci immedesimare nello smarrimento identitario della sua Cameron. Le regala, così, intensità, profondità d’animo e tutte le sfaccettature di un mondo in divenire che un’adolescente racchiude in sé.

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