Il sacrificio del cervo sacro

2 luglio, 2018   |  

Il sacrificio del cervo sacro è un film crudele. Spietato. È la perfetta trasposizione cinematografica di una tragedia greca. Lo è sin dal primo istante: un minuto di schermo nero su cui incalzano le note dello Stabat Mater di Schubert. La prima e l’ultima scena che coerentemente si riconnettono. Prologo ed epilogo. Da subito si percepisce un senso di epicità e, allo stesso tempo, di inquietudine.

Il riferimento alla tragedia di Ifigenia in Aulide è nel titolo stesso: per placare l’ira della dea Artemide, che tiene bloccate con la bonaccia le navi greche in partenza per la guerra di Troia, il re Agamennone deve sacrificare sua figlia Ifigenia. Tuttavia, proprio nel momento in cui sta per realizzarsi il sacrificio la fanciulla scompare, venendo sostituita con un cervo dalla stessa Artemide.

Allo stesso modo, Steven, chirurgo cardiotoracico in carriera, dovrà sacrificare qualcosa per pagare il prezzo di un suo errore.

La percezione che sulla vita umana incomba un destino di infelicità pronto a palesarsi è presente da sempre nella storia dell’uomo, sin dai tempi più antichi.

Lanthimos riprende il tema e anche il mezzo con cui raccontarlo. Creazione massima del genio attico, la tragedia rappresenta uno dei veicoli privilegiati con cui l’artista trasmette alla collettività messaggi a carattere religioso, etico e politico.

Il regista – proprio come un tragediografo greco – conduce i personaggi e lo spettatore nell’evoluzione inesorabile e incalzante di una tragedia moderna, ma dai toni antichi. La struttura della narrazione è, infatti, un perenne alternarsi di due spinte, in antitesi: apollineo e dionisiaco. Apollinee sono le immagini luminosissime, fredde. I bianchi intensi della fotografia.

La compostezza razionale e inquietante dei protagonisti. Vite programmate, schedate, impeccabili. La loro totale e disturbante assenza di empatia.La casa perfettamente in ordine, i figli modello. Tutto così distaccato e preciso. Dionisiache sono le musiche incalzanti (Gyorgi Ligeti), come fossero il coro della tragedia. Sono le notti, le ombre.Sono i segreti celati di una famiglia apparentemente perfetta.

L’apollineo e il dionisiaco.

Perfettamente e perennemente in equilibrio.

La coincidentia oppositorum, sintesi dialettica dei contrari, fulcro del dramma greco.

L’apollineo si fa dionisiaco quando l’iper razionale Steven (Colin Farrell) è travolto dall’irrazionalità di quello che accade, impersonata letteralmente dal personaggio di Martin (uno straordinario Barry Keoghan).

Il crescendo di pathosè incalzante:lo spettatore è accompagnato dalla sensazione costante che qualcosa di terribile stia per accadere, fino a quando la tragedia annunciata si materializza.

Tuttavia, non c’è via d’uscita.

Nessuna scorciatoia è ammessa.

Per quanto irrazionale e inspiegabile, c’è solo un finale immaginabile.

Inevitabile.

Straziante.

L’unica scelta possibile.

Quella di Lanthimos è una spietatezza lucida. Esaspera la realtà. Esaspera lo spettatore, mettendolo di fronte al proprio lato più oscuro e inducendolo a riflettere, a fare un bilancio della propria vita. Come si reagisce al dolore? Ai sensi di colpa? Si riesce a vivere o solo sopravvivere?

La verità è una: le colpe dei padri ricadono sui figli. La colpa è un fantasma che ci si porta dentro, diventa transgenerazionale.

Come una seduta di psicanalisi, lo spettatore attraversa dolori ed eventi traumatici per liberarsene e raggiungere un equilibrio. In quanto esseri umani siamo portati alla risoluzione dei problemi, in qualsiasi modo questo possa avvenire: funzionale, ovvero in modo positivo o disfunzionale, cioè patologico.

Il fine è sempre raggiungere l’equilibrio, sano o meno che sia.

È l’unica cosa che mi viene in mente che sia vicina alla giustizia” dirà Martin, a un certo punto.

Si deve ristabilire l’ordine.

In un unico modo.

Non siamo, poi, così diversi dai nostri avi.

L’espiazione è katharsis.

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