Il Grinch

30 novembre, 2018   |  

IL GRINCH è stata una favola importante per i bambini statunitensi, edita dalla penna del Dr. Seuss (il “Carlo Collodi” americano). Il mostro verde che odia il Natale fu già protagonista di uno special animato ormai cult, partorito dalla “matita dark” del maestro Chuck Jones (i cui episodi dei Looney Tunes e de Tom & Jerry erano i più crudeli, seppur comici). Egli tornò poi nel 2000 in un live action di Ron Howard, interpretato da un bravissimo Jim Carrey e, seppur in una logica “a buon mercato” non nascondeva critiche alla società consumistica USA (gli abitanti di CHI-SARA’ erano stupidi e schiavi degli addobbi natalizi, dell’apparenza, tranne la piccola Cindy-Loo, pura di cuore) e si finiva a tifare per Grinch/Carrey, che si divertiva un mondo sotto il vistoso make-up verde. 

E dopo il successo della saga CATTIVISSIMO ME, i ragazzi de ILLUMINATION hanno re-imbastito la stessa formula con la fiaba “seussiana”: il risultato è un film prettamente per bambini, ma che non distrugge lo spirito del caro “Dottor” (con qualche riserva).

L’animazione tridimensionale è curatissima, ricca di dettagli, seppur i colori e le forme dei personaggi richiamino uno stile visivo dei “vecchi’ cartoni, quelli più leggeri e non “seriosi” di casa Pixar. Il 3D permette un uso “facilitato” dell’ambiente e quindi numerosi movimenti di macchina (per quanto la m.d.p. sia digitale e non fisica); tra obiettivi ‘roteanti” e piani sequenza notevoli, il ritmo corre benissimo e l’ora e mezza di durata non si avverte. Ma l’applauso è tutto per lui: il Grinch, un buffissimo “mostro” vittima della comicità slapstic (leggasi “scivoloni su bucce di banana”) proprio nella logica dei cari Looney Tunes/Tom & Jerry.

Il bambino si diverte e anche l’adulto, nonostante un paio di gag e battute si potevano tagliare; eppure, la forza del film sta nell’aver “umanizzato” TUTTI. Tra animali dagli occhioni dolci e bambini paffuti, i personaggi non sono macchiette ma persone comuni che conducono, in comunità, una normalissima esistenza con pro (tanti, è pur sempre un film per piccoli) e contro (la mamma sfortunata di Cindy-Loo, quest’ultima preoccupata per lei). E il caro mostro verde non è una figura crudele (Jones) o un clown obeso (Carrey), ma un essere triste e abbandonato, che sfoga la frustrazione della sua condizione contro gli altri e il Natale, la “festa dell’amore”, quell’amore che il poveretto non ha mai avuto (non per colpa sua) e, per quanto ingegno abbia (vedasi la sua “casa-laboratorio”) è un reietto il cui (piccolo) cuore è inacidito da una gabbia fisica (la montagna su cui vive) ed emotiva (la solitudine). Eppure, in taluni casi, un briciolo di amore (smosso dalla tristezza) riesce a farlo emergere dai suoi occhi e a donarlo a chi ha bisogno (niente spoiler!), rendendolo un personaggio sí buffo, ma anche sfaccettato. Certo, la morale finale è un po’ frettolosa, ma da un’opera del genere non si poteva pretendere oltre.

Tra il narratore che si esprime a rime (come nella favola) e un bravissimo Alessandro Gassman al doppiaggio del Grinch, si può affermare che il film è riuscito e che sa intrattenere. 

Leggermente, ma non cosi banalmente.

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