Il giustiziere della notte

17 marzo, 2018   |  

Nel 1974 veniva girato un film che a suo modo ha fatto storia, visto che inaugurò il filone dei “vigilantes movie”, ma soprattutto perchè denunciava per primo, l’incapacità delle forze dell’ordine di difendere i cittadini, l’opportunità di difendersi da soli e il possesso delle armi troppo “semplice”. Molte volte sono stati tentati dei remake di questo film, e per vari motivi sono naufragati.

Stasera riesco a vedere questa pellicola e…

Non possiamo esimerci dal paragone con il suo predecessore. Si tratta di un film spiccatamente d’azione, ma con delle caratteristiche uniche. Eli Roth dirige un Bruce Willis che, soprattutto nelle prime battute del film, sembra quasi inespressivo, con una maschera scostante e distaccata. Sembra quasi si voglia imitare l’espressione “distratta” che Bronson aveva nel ’74. Il problema è che Willis di natura ha un sorriso con un’espressività eccezionale, e così nel proseguire del film si sfruttano le sue caratteristiche, inserendo anche elementi di umor. Nulla di clamoroso, strappa un minimo di buonumore se non addirittura una risata.
La storia, con i dovuti adattamenti, è sostanzialmente uguale. Si incastra nell’attuale situazione sociale, dove con l’amministrazione Thump si è acceso ancora di più il dibattito sulla detenzione delle armi. A mio avviso Roth scende anche più a fondo, facendo vedere come sia semplice, grazie ai social e ai tutorial su di essi presenti, acquisire dimistichezza con le armi. Le figure della città e dei comprimari sono sostituite con quelle di Chicago per NewYork, e del fratello per il genero. A questo punto devo dire la mia, anche se so che non sarò condiviso praticamente da nessuno.
Questo remake lo trovo assolutamente superiore, sotto ogni aspetto.
L’uso stesso della cinepresa gode di oltre 40 anni di evoluzione. I criminali degli anni 70 erano veramente improponibili fin’anche nei movimenti. Qui lo spaccato è assolutamente immerso nella realtà sociale. Il racconto della storia è molto più organico e progressivo, ed ogni aspetto del suo “genitore” viene riadattato con ottica 2.0. Le figure della moglie e della figlia godono di maggiore spessore. Il fratello che sostituisce il genero, anche se un pò avulso dalla storia, contribuisce a mantenere un legame profondamente umano di Kersey alla ragione, così come fa la sua analista.

Volendo essere, però, più un film d’azione che di denuncia, troviamo tutti gli elementi tipici del genere, con tanto di conflitti a fuoco con uso copioso di pallottole. Quello che ne esce è un buon mix, che mantiene a mio avviso il messaggio del film del 74, rafforzando però il concetto non dell’inaffidabilità delle forze dell’ordine, ma dell’impossibilità di riuscire a fronteggiare una tale mole di crimini. Una scena mi è restata impressa più di tutte: un muro pieno zeppo di post-it con tutti casi aperti. Solo una manciata sono stati chiusi con un arresto. Kersey lo fissa desolato rendendosi conto che se non fa da se si resta appiccicati ad un muro di casi irrisolti. In quella scena non si percepisce incapacità, me veramente impossibilità. Sotto denuncia qui è lo strato sociale. Altra scena importantissima, è il mendicante che lava i vetri. Da spettatore il film, pur non volendo essere un trattato sociale, riesce a farmi pensare che anche il criminale può essere visto come vittima di un sistema che affama coloro che ne restano ai margini. Certo i criminali di cui si prende cura Kersey non suscitano nessuna pietà, ma li è il genere che lo richiede.

Le caratteristiche uniche di cui parlavo prima? vado al cinema, onestamente, pensando di avere un remake in cui il nuovo Kersey fosse una specie di RamBando (una fusione di Rambo e Commando) è radeva al suolo tutto accecato dalla vendetta e al dolore. Invece abbiamo un impacciato medico inesperto e in difficoltà con l’uso delle armi (come del resto era il buon Bronson), ma che con attenzione e meticolosità riesce a fare dell’effetto sorpresa la sua arma segreta. Non ho mai apprezzato il film del 74. L’ho rivisto per l’occasione, sia prima che dopo la visione del nuovo, e la mia sensazione non muta. Lo trovo mediocre. L’ho sempre trovato mediocre. Recitato in modo mediocre, con delle reazioni dei personaggi quanto meno inappropriate e improbabili.
Invece qui, pur rimanendo un’aurea di improbabilità in diverse situazioni, le interpretazioni restano non solo plausibili, ma comprensibili se non condivisibili.

In definitiva, io l’ho apprezzato moltissimo, ho trascorso una serata piacevole, e come al solito ho trovato alcuni richiami. Non so se è un caso, ma ben due richiami a “sesto senso” ho visto. In tutta la prima parte, in cui si narra dello spaccato di vita della famiglia Kersey, si notano sia come inquadrature, che come atmosfere, le stesse presenti nella casa del dottor Malcolm Crowe. Nel finale il mobile nel sottoscala spostato, ricorda moltissimo , sempre in Sesto Senso, il mobile che bloccava l’ingresso al sottoscala della casa di Malcom.

Ragazzi, è un film assolutamente godevole, pertanto ai puntini sospensivi di inizio articolo do un …. mi piace.

Ps…. Ma a Chicago per entrare in una casa, non serve nemmeno rompere un vetro? apri la porta ed entri?

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