First Man

6 novembre, 2018   |  

Il genere umano è capace di cose straordinarie.

Abbiamo rilevato la forma del nostro pianeta, gli abbiamo dato un nome. Abbiamo scoperto di far parte di un sistema planetario; abbiamo inventato strumentazioni per osservare i pianeti, facendoli sembrare più vicini, meno inarrivabili, mentre con gli occhi sognanti ci siamo da sempre chiesti: “Potremo mai arrivare lassù un giorno? Cosa troveremo mai?”.

Sono stati effettuati numerosi tentativi di esplorazione spaziale, per cercare di svelare i misteri che circondano l’intero creato, e per quanto assurdo possa sembrare, la strada più breve è quella che passa proprio dall’universo inesplorato.
Con questo ed altri intenti, appena realizzata la fattibilità di un viaggio spaziale, è partita la corsa, tra le grandi superpotenze mondiali, al primo “sbarco” umano su un pianeta.
Un primato che spetta a una leggenda purtroppo non più vivente, Neil Armstrong, “First man” a mettere piede sul suolo lunare.
E’ superfluo raccontarvi che una impresa simile è stata raccontata sfruttando tutti i media possibili; musica, scrittura, e soprattutto cinema, affinchè così tanta epicità e coraggio potesse raggiungere tutti gli appassionati, attraverso i racconti e la visione di artisti più o meno ispirati.

Nel 2018, dopo aver assistito ai viaggi di Apollo 13, Gravity o Interstellar, degli scorsi anni, arriva l’opera del regista Damien Chazelle, che mette la firma al capolavoro di cui sto per raccontarvi alcune impressioni.
First Man, diretto dal premio Oscar di La La Land, racconta la succitata impresa storica di Neil Armstrong, di cui ci da una imponente interpretazione Ryan Gosling, anche egli candidato agli Oscar sotto la direzione di Chazelle, nel film-musical pluripremiato.

I due ci raccontano con estremo senso di pragmatismo e rispetto per la storia, il percorso che porta al primo allunaggio umano con l’epica missione chiamata “Apollo 11” .
Neil Armstrong è un uomo risoluto, intelligente ed estremamente stoico, di cui l’ambizioso regista ci regala un ritratto finemente elaborato con tatto e sensibilità, esaltandone le peculiarità personali con una meticolosità per i dettagli quasi assoluta. Grazie a questo approccio, riusciamo a trasportarci emotivamente nell’eroismo della vicenda, così come nella drammaticità che ha attraversato la vita del protagonista. Una vita fatta di successi clamorosi, ma anche di rinunce e di perdite, come quella della piccola Karen, la figlia avuta da sua moglie Janet, impersonata dalla stupefacente Claire Foy, che in tenera età muore in seguito ad alcune complicazioni di un tumore al cervello.
L’evento luttuoso che segnerà marcatamente la vita privata e la carriera in ascesa di Armstrong, è trattato con una delicatezza a dir poco commovente, senza abbandonare però il realismo e la concretezza della narrativa.
L’ ingegnere, presto astronauta, continuerà malgrado le difficili fasi di test falliti, e una famiglia che gli sta sfuggendo di mano, fino al compimento della sua missione principale, con la caparbietà e la forza di un’eroe restando nella dimensione umana.
Infatti, a differenza di film come Gravity o Apollo 13, nonostante non manchino momenti di alta tensione, qui si impone uno studio approfondito della coppia Armstrong, delle loro difficoltà nell’affrontare il futuro che gli si dipanerà presto davanti, separati dall’abisso spaziale, ma mai cosi vicini nei pensieri l’un dell’altro.
La peculiarità del film è infatti quella di avere, con una alternanza davvero puntuale, i due fronti sempre in focus; da una parte quello che succede in cabina, dall’altra uno sguardo dalla finestra di casa Armostrong dove Janet fa fatica a gestire l’apprensione per se e per il futuro dei suoi figli, che avvertono un padre sempre più lontano. Le performance dei due attori protagonisti sono memorabili, supportati da un cast anche esso eccellente.
Il lavoro fatto dal regista ha pochi precedenti anche nel rendere l’immensità dello spazio e del suo attraversamento, trasmettendo un senso di desolazione, ansia e di attesa per il successo della missione, quasi a dover tutti partecipare all’eroico successo.In tutto questo gioca un ruolo fondamentale la colonna sonora composta interamente dal premio Oscar Justin Hurwitz, abile nel muoversi tra sonorità classiche e moderne, con degli arpeggi che sembrano appena pizzicati, e dei suoni che somigliano ad un ammaliante canto di sirena ed a prolungati ululati, quelli che i lupi fanno alla luna, quella luna così lontana, affascinante e misteriosa. Questo film senza questa colonna sonora, a mio parere avrebbe avuto un valore molto diverso da quello che personalmente gli attribuisco, in quanto è capace veramente di trasformare le sfumature, la tensione e la drammaticità in qualcosa di tangibile e penetrante, che lascerà una traccia indelebile dentro ciascuno di noi, grazie al perfetto connubio con una scenografia e una fotografia, stellari.

First Man è film che parla di storia, una storia “romanzata” fatta di pesanti cadute, insuccessi e trionfi, in una epoca che portava, come oggi, delle grandi contraddizioni, tra povertà, razzismo, e le colossali spese per lasciare l’importante peso di un’orma impressa su una sabbia lontana poco meno di 400.000 chilometri.
E’ un’opera che non intende ignorare le polemiche, ma non vuole nemmeno che queste possano offuscare la bontà ineccepibile del film stesso.

Signori, siamo davanti a un film che vi lascerà a fine visione in silenzio, attoniti, e forse commossi, a meno che non siate aridi come il suolo lunare.
Intelligenza ed arte allo stato puro, che con attori, tecnici e musicisti messi di fronte alla dura prova di raffrontarsi con la storia, volano davvero alto, e sarebbe un peccato se, entrati in orbita Oscar, non riuscissero ad agguantare almeno tre o quattro statuette d’oro.

Applausi per tutti, si torna sulla Terra.

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