First Man

5 novembre, 2018   |  

Scritto da Josh Singer e James R. Hansen, autore dell’unica biografia autorizzata di Neil Armstrong, First Man di Damien Chazelle racconta otto anni, dal 1961 al 1969, della vita dell’uomo dell’allunaggio.

Il regista 33enne torna, due anni dopo il successo di La La Land – anche qui con Ryan Gosling come protagonista – con un film molto diverso dal musical del 2016.

È un film, quello presentato in apertura alla 75esima Mostra del Cinema di Venezia, che ci riporta indietro nel tempo, agli anni e al clima del periodo della corsa allo spazio con l’Unione Sovietica, e ci pone di fronte alla precarietà della missione di questi uomini a bordo di astronavi troppo spesso traballanti, che si schiantano, esplodono e si incendiano.

È l’uomo prima del mito, quello che racconta Chazelle, che ha preso come modello di riferimento per la narrazione i documentari d’epoca e materiali d’archivio degli astronauti.

In un’intervista ha, infatti, dichiarato: «Ho cercato di capire come visualizzare al cinema questo viaggio in modo diverso e ho capito che non era mai stato raccontato con una prospettiva interna alla capsula. Usando le microcamere per far percepire allo spettatore la claustrofobia, la paura».

Un totale stravolgimento di registro rispetto al precedente La La Land: «ho cominciato a lavorare a questo progetto appena finito Whiplash, nel frattempo preparavo La La Land. Ma con Ryan sapevamo di voler fare qualcosa di opposto. Se quella era una storia comune trasformata in epica cinematografica, stavolta abbiamo scelto uno dei momenti più iconici della storia e ci siamo chiesti come trasformarlo in una storia umana, intima, con cui ognuno potesse identificarsi».

Una storia umana. Esattamente.

La storia di un uomo tormentato da un peso, da svariati lutti e dal dolore di cui è piena la vita di ognuno di noi.

Più che l’impresa, il grande passo che il mondo intero ha avuto modo di conoscere, il regista mette a nudo l’uomo che ha reso possibile tutto ciò insieme ai suoi due compagni di avventura, Buzz Aldrin e Michael Collins, in quel 20 luglio 1969.

Il centro del film è il fattore umano: la famiglia, gli amici, la perdita, ma, soprattutto, la dedizione, il sacrificio, la paura, il senso di claustrofobia all’interno delle navicelle, il buio al di là del vetro, e il costo in termini di vite. Lo vediamo chiaramente, lo percepiamo.

Vediamo Neil, spinto oltre il cielo non solo dal sogno, dall’utopia di un luogo che ancora non c’è, ma soprattutto, forse, dalla mancanza, dal vuoto lasciato dalla morte di sua figlia.

 

Un sogno e una mancanza tali da non far avvertire ad Armstrong il pericolo per la propria vita e per i rischi cui espone giorno dopo giorno la moglie Janet (Claire Foy) e gli altri due figli.

All’esterno, invece, troviamo un mondo in perenne evoluzione e cambiamento, le proteste contro le spese ingenti per l’impresa, le marce della pace e gli attacchi di Kurt Vonnegut.

Chazelle non insegue un film celebrativo, anzi, sposta la narrazione sull’uomo Armstrong e sugli anni e le missioni che precedono l’Apollo XI. Non c’è retorica nel raccontare Neil, all’opposto, si mettono più volte in primo piano gli errori, le chiusure, i silenzi, le inquietudini di una persona umile e reticente.

«That’s one small step for a man, one giant leap for mankind».

Il più estremo dei confini è stato superato. Ma a che prezzo? La conquista è stata un nuovo orizzonte per l’umanità, ma anche il luogo in cui Neil– uomo si alleggerisce dei fardelli della sua vita.

Chazelle ci mostra come Armstrong riesca a rimanere umano e non come si trasformi in eroe.

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