Dumbo

3 Aprile, 2019   |  

Due occhi profondi e tristi, quelli che spesso nessuno nota ma che sono davvero lo specchio dell’anima e che in qualche modo parlano e brillano.

Lo sguardo dell’emarginato, del diverso, di chi è piccolo e deve difendersi, di chi è grande e non sa come fare, e di chi al posto degli occhi ha orbite nere capaci di ripensare il reale. Negli anni, Tim Burton ci ha mostrato, attraverso le sue opere, l’anima e la “nausea” sartriana, la tanta umanità che si cela nei suoi personaggi, nei suoi ragazzi speciali, disvelando sempre la sua personale visione delle cose e del mondo.

Questo c’è dietro Dumbo, l’elefantino dai grandi occhi azzurri e dalle ancora più grandi orecchie penzolanti, per le quali viene deriso e rigettato. In questo caso il suo volo è un volo d’albatro, come direbbe un poeta, ma reinterpretato come il lasciapassare per il riscatto e la libertà che non tarderanno ad arrivare, tra le tante tematiche in questa sua pellicola Burton riesce a toccare, ma forse non ad approfondire.

In primo luogo, è da notare il diverso impianto narrativo del film rispetto alla versione originale, dove, in questa rivisitazione, la storia ruota attorno a Dumbo ma egli non ne è il protagonista assoluto: anzi, vi si affollano attorno personaggi di un’umanità varia e travagliata. Dispersa, si potrebbe dire, in un treno circense per l’America ed in se stessi. Sì, perché siamo nel 1919, la guerra è finita e Holt Ferrier (Colin Farrell) ritorna a casa, al suo circo, dai suoi figli Milly (Nico Parker) e Joe (Finley Hobbins). Ma ha perso un braccio, il suo numero coi cavalli, sua moglie, l’unica che “sapeva come prendere” i suoi figli, da cui riallaccia difficilmente la distanza. Ma neanche il resto della compagnia se la passa poi così bene. Maximilian Medici (Danny DeVito), il direttore della compagnia, ha dovuto vendere un po’ tutto, ma punta fortemente sul cucciolo d’elefante che mamma Jumbo porta in grembo, anche se rimane infuriato ed interdetto guardando l’aspetto deforme del piccolo. I piccoli Holter invece si prendono cura di lui e scoprono che grazie alle sue orecchie fuori misura Dumbo, se stuzzicato con una piuma, può volare. Diventa allora, dietro la promessa fatta dai ragazzini – ossia che con la fama ottenuta sarebbero riusciti a ritrovare e riportare indietro la sua mamma – l’attrazione principale del circo. Ma questo salta all’occhio anche del grande imprenditore circense Vaudevere (Michael Keaton), ed allora inizieranno ad andare storte le cose. Ma un ruolo principale e di una salvifica e straordinaria dolcezza verrà giocato dalla bellissima Colette Marchant (Eva Green).

Burton chiama in causa praticamente quasi tutta la sua “famiglia” cinematografica per questa pellicola. E, forse, non a caso, perché la famiglia, nel senso meno tradizionale del termine, è un po’ uno dei punti chiave del film, da quella poliedrica, giocosa e mesta, della compagnia circense, a quella spezzata e alla ricerca di un completamento, come quella di Holt e di Dumbo, sempre che le due si possano davvero dividere. Tim Burton sceglie quindi di rendere protagonisti dell’opera dei personaggi umani che, come Dumbo, sono prigionieri di una vita che non gli appartiene. Paura, nostalgia, bisogno d’amore e di accettazione, questo lega questi uomini tra di loro e Dumbo alla sua “famiglia allargata”. Più che protagonista del film, come si diceva, nel remake Dumbo diventa allora il suo motore narrativo, con il risultato che, quando Burton si sente in dovere di recuperare scene cult del film animato (“Bimbo mio” o le visioni degli elefanti rosa; ma le citazioni abbondano), risultano molto meno emozionanti, a meno che le emozioni non sgorghino ricordando il primo film. Questo forse succede perché, da esseri umani, siamo qui chiamati a immedesimarci in altri esseri umani (i bambini, Holt, Colette, Medici), non in Dumbo o Timoteo (eliminato, appena citato in un cameo muto). L’elefantino in questo remake è l’animale a cui affezionarsi, non il nostro tramite diretto con la fantasia. Non è una scelta a caso, e appunto denota una volontà reinterpretativa, non una copia pigra, però il risultato è meno affascinante perché scaglia il piccolino in un oceano, non nel tenero laghetto che fu il film del ’41. Proprio per quanto riguarda poi le scene che potevano essere più “burtoniane”, come i suddetti elefanti rosa o gli umani che in una notte temporalesca montano il tendone aiutati da un branco di elefanti, viene operata la scelta di non marcarle molto o, nel secondo caso, direttamente di non rappresentarle. Chi si aspettava una favola dark e gotica, resterà deluso; chi sognava nuovi esseri mostruosi, magari legati all’ambiente circense, dovrà cercare altrove; il che, per gli ambienti rappresentati, risulta particolare, perché Burton avrebbe benissimo potuto giocare, in maniera anche molto incisiva, sui loro aspetti più forti, usando un po’ di spunti quell’espressivismo tedesco di cui buona parte del suo background è costituito. Un’altra pecca, e stavolta vera, è che il film si spinge verso vari temi, ma non li affronta mai in maniera compiuta, solo grossolanamente e con schemi già visti, salvo che per il sottolineato tema familiare. Certo, qui non ci sentiamo mai di puntare il dito perché ogni critica è riduttiva dell’opera d’arte, e poi è da considerare la grande difficoltà che abbiamo in questo caso, dove un cinema autoriale incontra un pilastro dell’animazione su pellicola per creare un film che non tradisca nessuna delle due parti, né tantomeno la Disney, che produce l’opera, il che non è da sottovalutare.  Ma, ad ogni modo, pur non essendo uno dei capolavori dell’autore, il film è godibile nella sua interezza e la profondità di quegli occhi in CGI è per tutte le età, dove ognuno leggerà qualcosa di diverso. Poi, per giudicare, sta a chi guarda scegliere se essere più marinai od albatri, per cambiare poeta, ma non ali.

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