DUMBO

1 Aprile, 2019   |  

Tim Burton è sempre stato un artista capace di far parlare di sé, che ha sempre sorpreso tutti: vuoi il suo amore per il gotico e per l’oscurità (Edgar Allan Poe è un suo mito), vuoi la sua cultura cinematografica (anche del cinema horror italiano), vuoi la sua cultura nerd per l’arte pop (com’era pop e “fumettoso” Mars Attacks), vuoi l’amore per l’animazione “retrò” mai invecchiata (Nightmare Before Christmas e la sua stop motion insegnano), vuoi il suo debole per gli outsiders che hanno segnato in tanti (chi non ha amato il non morto Edward Mani di Forbice?), vuoi le colonne sonore del fido Danny Elfman che ci hanno sempre stupito e commosso, vuoi l’amico di sempre Johnny Depp … come non amare questo signore dai capelli smossi e dalla mente “malata ma fervida”?

Certo, negli ultimi anni, il regista di Burbank ha avuto una fase calante sia di pubblico che di critica, da quell’ Alice in Wonderland (2010) che, pur incassando benissimo, scontentò non pochi. Gli anni passano per tutti e lottare con grandi produzioni, avide di successo, è sempre più difficile: avere grandi budget equivale a compromessi e Burton è uno di quegli autori che, pur di far valere la sua poetica, non ne ha accettati molti; anche i suoi film più commerciali, quali La fabbrica di cioccolato (2005) e Sweeney Todd – Il diabolico barbiere di Fleet Street (2007), seppur “minori” per alcuni, avevano sempre il suo stile un po’ pop (il primo) e parecchio cupo (il secondo) … ed Helena Bonham Carter, una Signora Attrice e grande musa di Burton.

Dopo opere discutibili, quali Dark Shadows (2012), Big Eyes (2014) e Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali (2016), l’autore sembrava sbiadito, invecchiato, stanco del suo stesso cinema … e invece, a ciel sereno, è arrivata la Disney (in vena da anni di live action dei suoi classici animati) a proporgli DUMBO, tentando di “rifare” il glorioso capolavoro del 1941, che ha commosso più generazioni e segnato l’epoca di un glorioso Cinema che (forse) non c’è più. E nonostante il compromesso tra “fedele trasposizione dell’originale” e “poetica burtoniana”, il vecchio Tim ha dimostrato di avere ancora qualche asso nella manica.

Era stupido fare il “copia-incolla” del film d’animazione e Burton, infatti, sintetizza nella prima mezz’ora il succo dell’originale: c’è un elefantino dalle grandi orecchie, c’è una madre protettiva che gli viene portata via, ci sono le orecchie a fare da ali e c’è il riscatto di questo nuovo outsider della filmografia burtoniana. Mossa intelligente è stata mettere Dumbo e gli animali in secondo piano per introdurre nuovi personaggi, stavolta umani e narrare la stessa storia ma in un’altra ottica. Messo in risalto è il tema dell’abbandono: non è solo l’elefantino, ma anche un’intera famiglia umana ad aver perso la madre, due bambini e un padre (un bravo Colin Farrell), il quale è sprovvisto di un braccio perso in guerra (siamo nel 1919, fine Prima Guerra Mondiale). La tristezza che ne consegue è ben risaltata dalle credibili performance degli attori, perennemente (e volutamente) sottotono; è complice anche la bella fotografia di Ben Davis, nella quale si ritrovano le atmosfere “spente” del miglior Burton e la voglia di autocitarsi, senza “autobanalizzarsi”. La prima parte, infatti, ricorda le atmosfere del bellissimo Big Fish (2003), sospese tra la cruda realtà e il sogno alla Federico Fellini (che l’autore adora), con i colori cromatici delle immagini sì spente, ma nelle quali splende il bagliore di un sole in lontananza, bisognoso di illuminare le vite malinconiche dei personaggi.

Ottime le ambientazioni: se nel primo tempo siamo in aperta campagna, nel secondo ci spostiamo in un set di mostruosi palazzi grigi, un parco giochi specchio dell’avidità che ha avvelenato i nostri cuori (cit. Charlie Chaplin); qui la fotografia muta e, da atmosfere malinconiche si passa ad altre completamente cupe, insapori. La bellezza delle scenografie di Rick Heinricks ci ripontano alla fantasia del Burton che ci ha mostrato la Gotham City del suo Batman come un luogo immenso, sospeso dalla realtà e deprimente.

Il regista sfrutta l’elefante protagonista per parlare di noi umani, risaltando stavolta i circensi che abbiamo visto meno nell’originale del ’41: Dumbo è un “diverso”, ma essi ancor di più. Capitanati da un vecchio impresario (un Danny DeVito mai stanco), ognuno ha diverse caratteristiche: c’è “donna atlantica” c’è l’ “Ercole di colore” … e c’è la famiglia protagonista, composta da un bambino assente, una bambina fredda e fanatica di scienza e papà Farrell triste per la perdita della moglie.

Siamo in pieno “reame Burton”. Egli non ha voluto fare un facile film strappalacrime, non ha voluto riproporre due elefanti dagli occhi dolci per commuovere tutti, non ha voluto stordirci con allucinazioni di elefanti rosa (comunque ben citati), ma ha sottolineato, ancora una volta, la sfaccettata natura umana; i circensi, in un mondo che si evolve (per rimanere uguale) non hanno posto; una società che predilige spogli grattacieli, invenzioni tecnologiche e fredde a discapito delle risorse e del calore umano, non ha tempo per i sogni, per la fantasia di veder volare un elefante e la magia che ne consegue, capace di far rivivere il nostro “fanciullo interiore”.

Un “mondo che avanza” predilige il denaro, il potere sulle vite dei più sfortunati e artefice di questo è il viscido imprenditore Michael Keaton, tanto simile, per il look, al Max Shreck/Christopher Walken del batman burtoniano (1992); egli simboleggia l’essere umano intristito e schiacciato dai suoi stessi demoni, privato di ogni gioia e avido solo di possedere, sia Dumbo che le stesse vite umane, quali quella della bellissima (e bravissima) trapezista Eva Green, nuova musa del regista, qui leggermente “imbruttita” da una stramba capigliatura “a casco” e anch’ella triste, perché privata del piacere del sogno (nonostante svolga un lavoro che fa sognare il pubblico).

Ciò che traspare dalla pellicola è la voglia di esaltare il “diverso” come eroe o comunque come “motivo d’interesse” della storia, come Burton ha sempre fatto in tutti i suoi film: il suo Edward era sì un “mostro”, ma capace di amare a differenza degli umani; il suo Ed Wood (1994) era incapace, ma dotato di grande amore per i suoi sogni e per chi lo circondava; in Mars Attacks gli eroi del pianeta Terra erano dei falliti, ma più sensibili e umili di un presidente annoiato (Jack Nicholson) o di militari impazziti; in Sweeney Todd, l’omonimo barbiere era un assassino, ma la sua pazzia era scoppiata dall’omicidio delle sue emozioni per mano di altri; anche nel fallito Alice in Wonderland, il Cappelaio Matto era un personaggio completamente out e depresso, a causa di una Wonderland distrutta dall’egoismo della Regina di Cuori.

Photo by Jay Maidment. © 2018 Disney Enterprises, Inc. All Rights Reserved.

Anche qui i personaggi umani sono tutti dei falliti, senza dimora e orfani di qualcosa … o di qualcuno, come Farrell e i suoi figli … e anche Dumbo, senza la sua mamma.

Eppure, anche la tristezza impone barriere e provando a metterle da parte si potrebbe finalmente tendere la mano al prossimo, unirsi, lottare per colmare un vuoto e sopravvivere alle barbarie dell’esistenza. Il premio in palio può essere una madre sottratta con forza, una persona che non c’è più, … o il sogno stesso. Di libertà, di rispetto … o di amare.

Se poi si unisce al tutto la bella musica di Elfman (i cui cori ricordano quelli de Edward), insieme agli ottimi effetti speciali in CGI (Dumbo e la sua espressività sembrano quasi veri) e a simpatiche sequenze finali (i tagli di luce verdi e rossi ricordano quelli de Beetlejuice … o i film dell’amato Mario Bava), non si può che apprezzare ancor di più il tutto.

E forse, in un paio di punti, qualche lacrima potrebbe scendere come fu per l’originale.

Certo, si potevano evitare un paio di sbavature di sceneggiatura, ma anche così l’obiettivo è centrato.

Anche se invecchiato … bentornato Tim Burton.

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