CLIMAX

16 Giugno, 2019   |  

Gaspar Noé: per alcuni un genio, per altri il diavolo.

Di rado un regista ha spaccato così di netto critica e pubblico … e come negarlo? Non è piacevole guardare pellicole pregne di pessimismo, che ci sbattono in faccia ciò che siamo in realtà: ammassi di carne, facili da schiacciare e tendenti all’autodistruzione. Comunque la si veda, è innegabile che quest’uomo, nel bene o nel male, riesca SEMPRE a far parlare di sé, come è innegabile il suo gusto tecnico assolutamente magistrale e immersivo. Di nazionalità argentina, Noé si è trasferito in Francia, facendosi notare con vari cortometraggi di stampo “estremo”: ricordiamo Carne (1991, storia di un macellaio dalle tendenze incestuose che cade in una spirale di violenza e autodistruzione), un’opera che fu spunto, nel 1998, per il primo lungometraggio del regista: Seul Contre Tous, che riprende la medesima trama ampliando le psicologie dei suoi personaggi quanto le fragilità. Nonostante un certo rilievo, il film è ancora inedito in Italia (si ringrazia Enrico Ghezzi e il suo Fuori Orario su Rai 3 per avercelo portato almeno in lingua originale), ma è con un’altra pellicola che l’argentino è salito alla ribalta: era il 2002 quando il Festival di Cannes fu sconvolto dall’ “infernale” Irréversible, opera “ultra-massacrata” e che, inevitabilmente, portò pubblico in massa nelle sale: chi non vorrebbe vedere Monica Bellucci? Peccato che in quel film veniva stuprata in “piano sequenza” per dieci minuti di seguito, con la macchina da presa immobile a immortalare il dolore e l’atto in ogni dettaglio … e i “critici benpensanti” si indignavano! Non bastò un’incredibile cura fotografica e una regia “provocatoria ma di livello”: Gaspar era, a detta di molti, il diavolo ed era tardi fermarlo. Quel successo portò, dopo sette anni di lavoro, alla sua opera più ambiziosa e puntualmente fischiata a Cannes, quell’ Enter the Void che, per alcuni, è stata una rivoluzione in un panorama cinematografico sempre più stagnante. Gusti a parte, è innegabile che sia un’opera originalissima, un viaggio “sotto acidi” nella morte dopo la vita (almeno in un’ottica “buddistica”) che non può lasciare indifferenti (se si va oltre la cattiveria del regista). Dopo Love (2015), opera erotica in 3D (si ricordi una masturbazione in “primissimo piano” con tanto di sperma che schizza verso di noi), il regista franco-argentino ha penato tre anni per portarci la sua ultima fatica, questo CLIMAX che, in netto ritardo, arriva anche nei cinema italiani. Altro film fischiato? No. Proprio l’anno scorso, al Festival di Cannes, i critici hanno “magicamente” apprezzato Noé, stupendolo con l’assegnazione del C.I.C.A.E. Award, ma ciò non cambia l’ottica di un autore che non ha MAI accettato compromessi, pur di portare la sua poetica in pellicola. 

E di questi tempi, avremo bisogno di più Noé, “cazzimma” a parte.

L’autore non ha mai nascosto il suo pessimismo per la vita; conosce i propri limiti e debolezze di un corpo (umano) in lento disfacimento; non ha mai nascosto di aver abusato di droghe e acidi (non si spiegherebbe Enter the Void), ma la sua droga più potente è stato proprio il Cinema. Quest’uomo, imprevedibile anche a sé stesso, ama il dolore, perché la vita è dolore, egoismo, indifferenza, solitudine … e per quanto il “cinema bene” di Hollywood e “soci” vogliano nascondercelo, tutti nel profondo sappiamo che è così. E lo sa Gaspar. Al di là di differenze della pelle, del sesso e della “razza”, i suoi personaggi sono tutti fallimentari, specchio di umanità bestiale, priva di freni inibitori imposti da società “razziste”; osservandoli, siamo esposti a più emozioni: possiamo odiarli quanto compatirli, ciò che per noi è sbagliato per loro è il “bene” … o una scusa per sopravvivere ad un’esistenza selvaggia. Per sfuggire alla morte, ancora per un po’. Non fanno eccezione i personaggi di Climax, una ventina di ballerini riuniti in una scuola francese per provare coreografie di danza; finito ciò, inizia una grande festa a base di musica e sangria … e forse di un’altra sostanza che altererà le menti di tutti, creando una divisione tra paradiso (per alcuni) e inferno (per altri). I primi due minuti sono già specchio della potenza in immagini: dolore e disperazione filmato dall’alto, la macchina da presa è “occhio” del regista”, scorrono i crediti montati al contrario (scorrono prima i titoli di coda e, dopo, quelli di testa), in piena “tradizione Noé” (Irréversible, Enter the Void) e un commovente brano elettronico in sottofondo (Trois Gymnopedies – First Movement di Gary Numan). Basterebbe ciò per urlare al “Capolavoro”, ma non sarebbe giusto per i detrattori del regista. La pellicola si divide in tre atti (e tre stili di regia diversi): il primo introduce i ballerini, del tutto asserviti alla musica e alle pulsioni che li legano. Noé sta addosso alle sue “pedine” con un interminabile piano sequenza di quasi mezz’ora: li osserva dall’alto (ancora) mentre i loro arti si agitano con lo scorrere della musica; quando questa si abbassa, inizia la festa. Entrano in scena i primi bicchieri di sangria, escono primi spunto per carpire i caratteri di ognuno e la macchina da presa si “abbassa” per seguirli ad uno a uno: c’è chi parla in disparte, chi si diverte ad improvvisare passi di “danza da strada”, chi gioca con un bambino, chi tenta di sedurre belle ragazze (anche goffamente) … e l’obiettivo non è più parte di una cinepresa: siamo noi, è Gaspar che osserva per noi, ci fa partecipi di un teatro degli eventi credibilissimo, alla Antonin Artaud, un realismo vicino al neorealismo italiano.  Non è un caso che gli attori siano sconosciuti presi “dalla strada”, per rendere quanto più vere le loro interazioni. Obiettivo centrato: sono tutti bravissimi, sia come attori che danzatori. E tra tutti spicca la bellissima Sofia Boutella, vista di recente nell’orribile La Mumma (2017), ma prima ballerina che attrice: la sua performance è maestosa, in bilico tra tragedia e follia sensuale. Un’interpretazione che, si spera, la lanci ancor più nel cinema Il secondo atto è più tranquillo, una “quiete prima della tempesta”. Tutti, divisi in gruppi, parlano in privato: futilità (desideri di abbordaggio), pensieri profondi (delusioni romantiche, desideri di amore e maternità) si alternano in montaggio rapido, con annessi litigi (tra coppie e parenti) e dipendenze (da droga). La camera è ferma, il campo è largo, i personaggi inquadrati a mezzo busto ed è tutto qui: persone che parlano di cose.  Noioso? E che importa! La vita stessa lo è (spesso) e questo film è metafora della vita, di personaggi che, lentamente, vengono delineati nei diversi caratteri, nelle debolezze e nei desideri reconditi. Ma ecco che Gaspar ritrascina i suoi attori in pista: riparte la musica, tutta la dance degli anni ’90 (periodo d’ambientazione della storia) e i giovani ne sono rapiti. Non si lasciano andare e basta, ma ipnotizzare; la danza non segue regole, è pura improvvisazione, gioia e rabbia che fuoriesce dagli arti; c’è chi cerca un/a compagno/a, c’è chi fugge, qualcuno si avvinghia ad altri corpi e si sprofonda in questo “flusso trascendentale”. Noé filma sempre dall’alto, la sala da ballo è un palcoscenico, questo non è più un film, ma un’esperienza che scavalca lo schermo e ci investe in pieno: vorremmo danzare con loro, divertirci con loro, provare l’estasi che provano loro…

Parte il terzo atto. Dal paradiso si scende agli inferi.

La bellissima Sofia si sente strana, il suo corpo sembra non avere un “padrone”, qualcuno urina in terra e tutti sono troppo catturati dall’atmosfera surreale. Questo gesto l’allarma e l’unione del gruppo, nata nella danza, si sgretola in un attimo: si sospetta che nella sangria sia stata versata dell’LSD e il panico invade tutti, che iniziano ad accusarsi a vicenda. Gli effetti della (probabile) droga si fanno sentire ed è difficile opporsi al disfacimento: ognuno tira fuori il proprio mostro interiore, o rabbia repressa dell’altro, o un amore non corrisposto, o un desiderio sessuale latente …Nessuno è perfetto direbbe Billy Wilder … ed è così. Mentre tutti cadono giù, ruggisce forte l’amore/odio dell’autore per il genere umano. Come ne La Cosa di John Carpenter, l’uomo, in casi estremi, mostra il peggio di sé (nella speranza di salvarsi) e mette a nudo tutto il vuoto che ha dentro, rivelandosi fragile. Noé non crede alla divisione bene/male, ogni azione ha un fine “egoistico” e il piacere che ne scaturisce è puramente personale: è riduttivo, per noi, decidere cosa è “giusto” o “sbagliato”. In Climax i ballerini, dapprima “eroici”, rivelano la loro pochezza, la futilità con la quale prendono la vita e le rispettive solitudini: qualcuno cercherà di salvarsi, altri infliggeranno dolore, altri ancora autolesioni … e si cercherà anche il contatto corporeo. L’amore. Una via di fuga dall’orrore in scena. Amore e odio. Facce di quella medaglia chiamata esistenza. Tutto ciò viene mostrato in un nuovo piano sequenza dalla durata di oltre QUARANTACINQUE MINUTI: una prova di forza per qualsiasi autore, qui superata alla grande. Benoit Debie, fidato collega di Noé, ci regala una fotografia magistrale, prediligendo (come sempre) luci al neon, tinte viranti sul rosso e sul viola, fino al chiaroscuro e al verde (rimandi al Suspiria di Dario Argento?) : un magnifico inferno su pellicola. Applausi per il montaggio di Denis Bedlow, che unisce alle immagini una colonna sonora ultra-variegata, composta da brani dei migliori “gruppi dance” passati: Cerrone (sua la Supernature del trailer), Dopplereffekt, Kiddy Smile, Thomas Bangalter dei Daft Punk (suoi due inediti per il film: What to do e Sangria), Wild Planet, fino a Giorgio Moroder con la bellissima Utopia me Giorgio e i Rolling Stones. Musiche talmente belle che è impossibile non riascoltare la colonna sonora. Il regista ha un debole per le droghe: in Irréversible, la coppia Bellucci/Cassel ne fa uso per “divertimento”, in Enter the Void, il protagonista (Oscar)ne abusa per “cercare sé stesso” avendo perso una madre/guida, in Love il protagonista abusa di droga quanto del cinema (droga per eccellenza di ogni cinefilo) e qui, ovviamente, la droga è presente, ma non per “esaltarla”, è un pretesto per strappare le “maschere per bene” che ognuno si autoimpone. Altro debole è l’incesto, che per molti è immorale, ma per alcuni (disgraziati) è un’altra scusa per fuggire la morte: l’incesto padre/figlia in Seul Contre Tous è il collante per le due anime in pena, in Enter the Void il rapporto Oscar/Linda (la sorella) è molto forte, un pelo troppo intimo (Linda, appena raggiunto il fratello a Tokyo, non fa che abbracciarlo e baciarlo sul viso, dolcemente e sensualmente), ma dovuto alla mancanza dei rispettivi genitori, che li hanno abbandonati in un mondo brutale che non li accetterà mai. Anche qui non manca un incesto (sta a voi scoprirlo), altro pretesto per sbatterci addosso i nostri lati oscuri. Noé infine non teme nel parlare di aborto (la Bellucci in Irréversible, durante lo stupro, perde il bimbo che ha in grembo; Linda in Enter the Void abortisce il frutto di un rapporto con l’amante nipponico; qui c’è un bambino …  forse due… e niente spoiler!); questo non perché odi i bambini, ma perché sono anch’essi pezzi dell’ingranaggio di vita e morte, anch’essi fragili e facili da “strappare via”. Tra urla, violenza, deliri e lacrime, si consuma una tragedia che grida MORTE ad ogni fotogramma. Morte e amore. O vana ricerca di illusioni … perché il tempo distrugge ogni cosa.

Un horror dell’anima, un dramma dell’esistenza.

Grazie Gaspar.

Cerca

Ultimi Articoli

Archivi

Rubriche

Sale consorzio UNICI

Unici Magazine

Unici Magazine

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi