5 è il numero perfetto

… e anche in Italia HABEMUS CINEFUMETTO.

Presentato da poco a Venezia, 5 E’ IL NUMERO PERFETTO è la trasposizione dell’omonimo fumetto di IGORT (a suo tempo Igor Tuveri), che ha deciso di curare il lungometraggio in prima persona. Cinema e fumetto sono realtà diverse e non sempre un autore di storie “a vignette” si trova a suo agio con la “pellicola”: come fare a ricreare quelle vignette “copiandole” una per una dalla carta? C’è il caso di Frank Miller, divinità nel campo, che con Robert Rodriguez ci donò quel SIN CITY che nel 2005 stupì tutti per l’estrema fedeltà all’originale “cartaceo” (il bianco e nero unito ai colori in post-produzione fa ancora effetto); ci riprovò poi con THE SPIRIT, esperimento fallito nel voler TROPPO omaggiare l’opera cult di Will Eisner (amato da Miller). Ciò a testimonianza che se due mondi sono diversi, tali rimangono. Ma se il cinema saccheggia nel fumetto da decenni (e la Disney ci sta costruendo un impero), perché non continuare a sperimentare? Certo, siamo in Italia e Cinecittà non ha i mezzi di Hollywood, ma non per questo non possiamo farli anche noi. I cine-fumetti. Pur da esordiente, Igort si dimostra meno sprovveduto di quanto si pensi; i titoli di testa “bianco/neri” già stupiscono, accompagnando una vera “sigla d’apertura”, com’era tradizione nel nostro cinema (dalle commedie anni ’60 ai polizieschi degli anni ’70). Ci si sposta nella Napoli dei primi anni ’70, periodo storico difficile per l’equilibrio tra stato e mafia, con una messa in scena che rinnega lo stereotipo del “pizza, sole, mare e mandolino”: piove sempre, c’è nebbia, l’umidità e il marciume abbondano … è l’inferno di una città estranea e fredda, come freddo è il mondo in mano agli squali che siamo noi. E in una notte si consuma un delitto: un giovane killer viene ucciso e spetta a papà Peppino (Toni Servillo), assassino a sua volta, tornare in campo in tarda età per vendicarlo, a suon di tradimenti, sangue e pallottole. Innegabile che il regista omaggi il suo “mondo”: partendo dalla divisione in capitoli (chi ha detto Tarantino?), più di un’inquadratura sembra una vignetta “disegnata” sullo schermo, tra campi larghi, primi piani e una fotografia notevole che “sbanda” tra toni freddi e tagli di luce caldi, come nella miglior tradizione fumettistica.

A tal proposito, colpiscono le scene d’azione, volutamente rallentate nel montaggio per esaltare le coreografie dei personaggi, “annullando” il divertimento “all’americana” per godere la potenza delle immagini (è eresia pensare a John Woo, alla lontana?). Ottima cura dei costumi, che rendono ogni attore un vero gangster, sospendendo il tempo e l’incredulità e portandoci in un “non luogo” lontano e retrò, in un fumetto noir dei tempi andati (Sin City docet). Igort non dimentica, seppur sopra le righe, di tratteggiare il lato oscuro (e vivo) della Napoli che fu, una città asservita alla delinquenza (non a caso si citano fumetti italiani dell’epoca, Diabolik e Kriminal, opere con il “cattivo” a fare da “eroe”, in contrasto a quelle americane con supereroi rivendicanti giustizia), ma nella quale il delinquente è ancora una figura di rilievo, con una personalità e dei sentimenti. Per l’autore, dunque, non esiste bene o male, ma persone asservite a un destino più grande di loro;  “la vita è terribile e il bello è che tiene pure il senso dell’umorismo” dice Peppino, un uomo fortemente innamorato del figlio (e della moglie che fu) e lo spirito di vendetta/morte che lo riaccendono non sono che il risultato dell’amore. I personaggi, nelle mani di Igort, sono tutte marionette di un mondo beffardo, tutte anime sole e vittime della vita che, con il suo “senso dell’umorismo”, sa quando presentare il conto di ogni azione. Non a caso, il finale sorprende in pieno, regalando un senso di sorpresa e malinconia non più così noti al cinema italiano, ma che guardano più a certi thriller di stampo asiatico. Buono il lavoro sulla LINGUA napoletana, ma forse si è cercato di “italianizzarla” un po’ e chi si aspetta un film “all’americana” potrebbe non apprezzare il ritmo (volutamente) lento: non siamo dalle parti dell’action (ridotto a poche scene), ma nel campo del noir.  Il cast è notevole: Carlo Buccirosso è sempre piacevole (sia da comico che in ruoli seri) e fa il suo dovere, Valeria Golino in vesti da “femme fatale” ha una buona presenza, ma sono entrambi eclissati dal titanico Toni Servillo. Questo grande attore, scoperto troppo tardi dal cinema, regala un’altra ottima performance, evidenziando un personaggio d’altri tempi: gelido quanto malinconico e profondamente umano. Forse la sua presenza è un po’ invadente (fa addirittura da narratore), ma lo stampo teatrale (della scuola di Eduardo De Filippo) non stona e il suo sguardo intenso non si dimentica.

Esperimento lodevole.

Daniele Fedele

Mi chiamo Daniele FEDELE, ho ventisei anni e possiedo due lauree: una di fascia triennale in “Discipline delle Arti Visive, della Musica, dello Spettacolo e della Moda” e un’altra “completa” in “Scienze delle Arti Visive e della Produzione Multimediale”. Oltre ad un’esperienza come “addetto alla supervisione” presso la Biblioteca Comunale “Francesco Morlicchio” di Scafati (SA), dove risiedo, per un anno ho frequentato il Master di I livello in Cinema e Televisione presso l’Università degli studi Suor Orsola Benincasa di Napoli, che mi ha consentito di iniziare un periodo di stage presso la MAD ENTERTAINMENT, che tanto ammiro per aver rilanciato l’animazione come genere e forma d’arte cinematografica in Italia. Seguo l’arte del cinema e dell’audiovisivo dall’età di sei anni, sono grande appassionato di tutto ciò che riguarda la settima arte, la musica, i videogiochi e in generale ogni elemento simile che colpisca ed arricchisca l’animo umano. Per quanto piena di ostacoli e sacrifici, non potrei cambiare la mia passione con nessun’altra: vivrei un’esistenza di stenti e rimpianti, in tutt’altro settore. Mi diletto anche nell’editing video da autodidatta e ambisco a diventare regista, sceneggiatore e/o montatore per l’audiovisivo. Per qualsiasi piattaforma. Tra i miei miti “cinematografici” ci sono: il mio “maestro spirituale” QUENTIN TARANTINO, che mi ha fatto comprendere di dover “vivere nella settima arte” e non solo “sfiorarla”, JOHN CARPENTER come “maestro dell’orrore umano”, STANLEY KUBRICK come “maestro della forma e sostanza”, SERGIO LEONE, DAVID CRONENBERG, TIM BURTON, GUILLERMO DEL TORO, NEILL BLOMKAMP, JAMES CAMERON, DAVID LYNCH, GASPAR NOE`, il Maestro HAYAO MIYAZAKI nell’ “animazione che scalda il cuore e arricchisce l’anima”, WALT DISNEY come “insegnante dei sogni”, ISAO TAKAHATA come “animatore neorealista” e altri ancora impossibili da elencare. Grande estimatore dello STUDIO GHIBLI e del PIXAR ANIMATION STUDIOS, che tanto mi ha fatto sognare con “TOY STORY” e piangere con “INSIDE OUT”. Tra i miei miti “sonori” ho ENNIO MORRICONE, HANS ZIMMER, gli M83, i DAFT PUNK, JOE HISAISHI, HOWARD SHORE e vari artisti delle colonne sonore quali NOBUO UEMATSU, la TOKYO PHILARMONIC ORCHESTRA e altri. E come non ammirare HYDEO KOJIMA per aver innalzato il media videoludico a “forma d’arte”? 

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