C’ERA UNA VOLTA A… HOLLYWOOD

20 Settembre, 2019   |  

Non si urla al Capolavoro alla prima visione, ma se non lo si fa con QUENTIN TARANTINO con chi allora? È incredibile la capacità di quest’uomo nello sconvolgere e stupire con ogni sua opera, come se quasi trent’anni da Le Iene non fossero mai passati. Un uomo che ama il cinema a tal punto non solo da divorarlo senza tregua, ma usando tutta la magia nelle sue mani per creare sceneggiature perfette, per poi accompagnarci in sala come fosse un padre, darci una pacca sulla spalla e sorriderci sereno, quasi a dire: “entra tranquillo, tornerai a sognare”. L’autore di questa recensione non rinnega il suo amore per Tarantino; costui, nella piena adolescenza, passava le giornate a consumare i DVD de KILL BILL e PULP FICTION, opera quest’ultima che lo ha stravolto a tal punto da convincerlo definitivamente a giocarsi la carta “cinema” per la carriera. Per la vita. E se questi è qui, a scrivere per Unici Magazine, lo deve a Tarantino. Se questi non smette di adorare la settima arte lo deve anche a C’ERA UNA VOLTA A … HOLLYWOOD. Il regista non è nuovo allo stravolgimento della Storia in pellicola; da Bastardi Senza Gloria ha a cuore di sfruttare ancor più la magia della pellicola, arricchendo il suo universo: prima fa uccidere Adolf Hitler, poi fa giustizia nel razzismo americano contro i neri (Django Unchained) e infine si infila nel post-Guerra Civile per evidenziare quanto gli Stati Uniti d’America siano ancora una nazione divisa dall’odio, dalla violenza e dal sangue sul quale è nato e prospera (in silenzio) il paese (il sottovalutato e bellissimo The Hateful Eight).

Stavolta, l’autore ci porta nella Los Angeles del 1969, mostrando una Hollywood tanto fiabesca quanto sincera e nostalgica. È un periodo storico cruciale: post-rivoluzione, con un distacco netto tra classi sociali e generazioni, nel cinema come nella vita; gli hippies si sono affermati, sta nascendo la Nuova Hollywood e nuovi autori (anche non americani) stanno invadendo l’industria con il loro talento. Non a caso, si intravede Roman Polanski, che in quegli anni stupiva il mondo con Rosemary’s Baby, sdoganando il genere horror non più come “serie B”, ma esempio di arte elevata con in sé grande contenuto (idem la buon’anima di George Romero con i suoi morti viventi e William Friedkin con L’Esorcista). Nasce una “nuova industria”, nascono nuovi registi pronti a lasciare un segno (Francis Ford Coppola sarebbe arrivato a breve con Il Padrino, idem Michael Cimino con Il Cacciatore) e dunque nuovi generi, dall’horror al poliziesco fino ad una “nuova” fantascienza (Alien). E se un genere quale il western aveva proliferato così tanto in passato, nel 1969 era ormai agli sgoccioli e non uno degli addetti ai lavori rischiava di venir spazzato via. Ne sa qualcosa Rick Dalton, attore della serie tv Bounty Law, star mai decollata nel mondo del cinema e ora destinata ad un lento e doloroso declino, senza più spazi in un mondo che non c’è più: non è più il tempo di freddi cowboy con pistole, ma di lotte a mani nude a colpi di kung fu (Bruce Lee, omaggiato e parodiato benissimo dal bravo Mike Moh) e di belle dive più libere e aperte del passato: Sharon Tate appunto. La rivoluzione, purtroppo, comprende anche gli istinti più bassi dell’animo umano, la fama si acquisisce anche sul sangue di innocenti e ne sanno qualcosa Charles Manson e la sua banda di folli adepti.  Tre micro-storie che si intersecano in una Storia con l’S maiuscola, la realtà che diventa finzione perché cinema, appunto. Inutile decantare le lodi tecniche di Tarantino: che abbia pochi mezzi (Le Iene, Pulp Fiction) o grandi budget (da Kill Bill in su), quest’uomo non spreca un’inquadratura neanche sotto tortura, intenzionato a dare spettacolo ma senza strafare. Ogni primo piano, ogni campo largo/lungo, ogni “sghembatura” dell’obiettivo, ogni piano sequenza (in particolare uno magnifico, per Bruce Lee), è studiato nei minimi dettagli. Se si aggiunge la fotografia dell’amico Robert Richardson il quadro è completo: i colori pastello restituiscono un alone di calore e nostalgia di un mondo finito, ma immortale sullo schermo. Senza dimenticare i grandiosi tagli di luce dorati che, ogni tanto, invadono l’ambiente: in Pulp Fiction era la luce della misteriosa valigetta; in Kill Bill erano luci artificiali che esaltavano la figura de La Sposa; in Bastardi Senza Gloria era un piccolo raggio in un locale insozzato del sangue di inglesi e nazisti dopo una terribile (e maestosa) carneficina; in The Hateful Eight erano i raggi del sole a sforzarsi di penetrare tra finestre e fessure all’interno dell’unico set presente, quasi a svelarne la finzione. La finzione del cinema stesso. La cosa qui si ripete, segnando l’ennesimo marchio di fabbrica dell’eleganza del regista. Lode anche al montaggio di Fred Raskin, collaboratore del regista da Django ed erede della fidata e straordinaria Sally Menke, venuta a mancare nel 2010; applausi per le scenografie di Barbara Ling: una Los Angeles così fuori dal tempo e al contempo così “attuale” e viva non era semplice da ricreare. Complimenti anche ai costumi di Arianne Phillips, che rendono lode sia ai gusti libertini degli hippies che ai “vecchi” cowboys che Tarantino, chiaramente, ama … quanto i piedi nudi (e neri) delle splendide donne, inquadrati con gusto. Da non dimenticare la colonna sonora, composta da un must di “classici d’epoca” così immenso che è difficile ricordare tutti i brani: si consiglia la buona playlist su Spotify. Il vero cuore della pellicola è amalgamare la vera Hollywood con l’universo tarantiniano (le sigarette Red Apple ricorrenti in ogni suo film, omaggi ai fratelli Vega da Le Iene e Pulp Fiction) e illustrarne sì il lato fiabesco, ma anche quello umano.

Impossibile non amare tutti i personaggi, così ben descritti e sfaccettati nei loro pregi e difetti, tutti profondamente umani; c’è Rick Dalton, attore dal grande potenziale che sfrutta solo in taluni casi, affogando la sua pochezza nell’alcool e piangendo come un bambino ferito: si proverebbe compassione e disgusto verso questa persona, ma il suo dolore per un futuro incerto e doloroso è sentito, tanto da amarlo quando si rialza e si fa valere, grazie all’amore che lo muove nel percorso di attore. Poi c’è Cliff Booth, controfigura di Dalton e suo fidato amico, il suo doppio e il suo opposto: se il primo trema al pensiero di essere scaricato dal cinema, il secondo, sempre posto ai margini di Hollywood, ha imparato a cadere in piedi e a non aspettarsi nulla dalla vita, resistendo con umiltà e amando il poco che ha in torno (che per lui è tanto, vedasi il suo fido cane). Certo, anch’egli ha i suoi difetti (qualche bicchierino di troppo non manca, quanto un lato mostruoso ben nascosto), ma da persona disillusa e saggia qual è, non si può che adorarlo. Segue Sharon Tate, autentica principessa in un mondo dorato che nasconde lupi, un personaggio così stravagante e pieno di vita che la si ama dalla prima apparizione. Una bambina in un corpo adulto che cammina scalza (Tarantino è un noto feticista) e con gli occhi sbarrati dalla meraviglia, vogliosa di lavorare nel cinema: meraviglioso il momento in cui si osserva sullo schermo, indossando un paio di occhiali che la fanno sembrare una donna qualsiasi, una comune spettatrice che sogna ad occhi aperti grazie al cinema. E il lampo di genio è che sullo schermo c’è la VERA Sharon Tate: la magia nello sguardo di Margot Robbie è autentico, quanto la devozione del regista che regala nuova vita “immortale” ad una diva scomparsa troppo presto, uccisa dalla pazzia umana. E appunto, ultimi protagonisti sono gli assassini della famiglia Menson: sia in Bastardi Senza Gloria che in Django, chiunque porti morte e violenza, oltreché pericoloso, è un idiota. Tarantino lo sa e trasforma la famiglia in svampiti dementi, come lo erano i suoi nazisti e i suoischiavisti. La scelta di stravolgere una vera tragedia è l’ennesimo colpo di genio: non c’è bisogno di rivedere un eccidio, perché è Cinema. Sì, c’è Cielo Drive (dove risiedeva la Tate con Polanski), ci sono i folli assassini … ma il cinema non è lo stesso campo da gioco, non è lo stesso campionato e nemmeno lo stesso sport. È finzione pura e la storia si può riscrivere, per un fine migliore: far sperare ancora. Sul finale si consumano gli ennesimi omaggi (il cinema italiano di Sergio Corbucci e Sergio Leone, quanto di Antonio Margheriti e Lucio Fulci, ricorre per tutto il tempo) e la soddisfazione di come l’autore re-interpreti e sbeffeggi la sua stessa creazione è gioia per gli occhi e per lo spirito, tanto che, sui titoli di coda, le due ore e quaranta di durata sembrano volate in cinque minuti. Una fiaba moderna, mastodontica e immortale, come i dialoghi brillanti mai stancanti di questo grande narratore americano, forse l’ultimo: alla data del suo ritiro dalle scene, la settima arte avrà un grande vuoto. Se non l’eredità che ci ha lasciato. E come può un cast così grande non brillare nelle mani di Tarantino? Leonardo di Caprio non interpreta Rick Dalton, ma MUTA in esso: ogni suo sguardo e il calore della sua si ergono potenti in ogni sequenza. Brad Pitt/Cliff Booth torna a brillare dopo i Bastardi in un ruolo amabile cucito apposta su di lui. E infine Margot Robbie è una Sharon Tate semplicemente perfetta: forse appare poco, ma il suo trucco e la sua bellezza solare non si dimenticano. Lode agli interpreti minori: Margaret Qualley si sta costruendo una notevole carriera (la si attende in Death Stranding) e vederla in vesti di hippie ha il suo fascino; Bruce Dern è sempre divertente (magnifica la sua sequenza quasi horror, quasi un omaggio a Non aprite quella porta del fu Tobe Hooper, altro “erede” della Nuova Hollywood), Al Pacino si guarda sempre con rispetto, Luke Perry ben appare per l’ultima volta (è scomparso da poco) e Kurt Russel/Zoe Bell/Michael Madsen fanno “visitine” simpatiche per l’amico Quentin.

I VERI Maestri non perdono MAI la mano. 

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